I muli di Mario

I  muli di Mario

di Marco Biscotti

Ho servito il nobile Caio Mario sin dalla campagna di Numidia, il mio nome è Appulo. Sono lontani i tempi dei duri addestramenti, delle infinte marce, del caldo soffocante delle coste africane e del freddo della Gallia. Sono lontani i tempi in cui io, decano della mia centuria, allestivo gli accampamenti e preparavo le macchine da guerra. Ci chiamavano “i muli di Mario” e noi ne eravamo onorati.

Quell’uomo, sedici anni fa, ci aveva dato una nuova possibilità, aprendo le file dell’esercito anche a noi plebei. Salpammo insieme al console verso l’Africa, verso re Giugurta, nemico della Repubblica e della pace stabilita.

A trent’anni, non avevo nulla più da perdere e decisi di imbarcarmi, sperando che la mia vita migliorasse o che comunque terminasse con onore. Alle mie spalle non lasciavo nulla, non ho mai saputo chi fossero i miei veri genitori e la mia giovane moglie morì nell’intento di dare alla luce nostro figlio.

Sestio e Timo, appartenenti alla mia centuria erano divenuti in quegli anni la mia famiglia. Con loro ogni sera mi ritrovavo a parlare. Timo, proveniva dal “budello di Roma”. Tra l’Esquilino ed il Viminale, infatti, c’era un mondo poliedrico fatto di lingue e persone provenienti da ogni angolo del mondo, dove vi era vita a qualunque ora del giorno e della notte, lui viveva lì, al quarto piano di una insula del quartiere Suburra, proprio sopra la taberna dove lavorava come panettiere.

Sestio, invece, proveniva da Luceria, in Apulia.

«La città di Cerere, la dea delle messi, pensate ad un immenso mare verde che nel corso della stagione, illuminato dal sole, si tramuta in qualcosa dello stesso colore dell’oro –  e portandosi le mani verso il viso - Appulo, Timo, dovreste vederle quelle spighe, sentirle tra le mani…»  -  «…sono il ritmo della vita!», concludeva il discorso con un sorriso sornione Timo, lasciando ogni volta di sasso il povero Sestio.  Si scoppiava sempre a ridere, ogni volta che ripeteva quelle parole che ormai conoscevamo a memoria. Si rideva perché, si era sofferto troppo durante il giorno ed anche perché in Gallia, le nostre risorse scarseggiavano e non avevamo null’altro che del farro a disposizione.

Erano anni che Sestio non tornava nella sua terra, ma puntualmente, quando Timo preparava il pane con la farina di farro, ci raccontava invece del suo grano, di quanto quello fosse speciale, di come in ogni chicco raccontasse di una terra che nulla aveva in comune con le altre. Confesso che non sapevo bene cosa fosse una casa, ma quelle parole, me ne davano un senso. In quel tono di voce c’era l'idea di appartenenza. Quegli anni passati lontano, duri quasi quanto quei chicchi di grano, sembravano essere stati spesi non tanto per Roma, ma per la sua personale causa, per la sua terra che sperava di riabbracciare alla conclusione del conflitto contro gli invasori Cimbri. E la sera, quando ci ritrovavamo dai campi di battaglia, la sua casa diveniva sempre più la nostra.

«Nonno, per questo ora ti trovi qui?» esordì Appulo il Giovane, «Certo, mio caro nipote, Mario il magnanimo, dopo la vittoria sui Cimbri, ci assegnò un pezzo di terra a noi reduci delle campagne militari, ed io scelsi l’ager lucerinus».

In vero, sarebbe stato il sogno di Sestio se una maledetta freccia non l’avesse colpito mentre io ero lì con lui e gli promisi sul mio onore, che in caso di vittoria sul nemico, l’avrei riportato a casa. Una verità troppo cruda da narrare ad un bambino, ma fu il motivo per cui scelsi questo posto che non avevo mai visto.

Spira il vento oggi, come spirava quel giorno che lasciandomi alle spalle la via Appia, mi trovai difronte ad un mare che ondulava davanti ai miei occhi. Era proprio come l’aveva descritto Sestio, si vedevano le spighe seguire il corso del vento e mentre si accarezzavano l’un l’altra, frinivano come le cicale in un giorno d’estate «…il ritmo della vita…». Ridevo, ero felice, per la prima volta nella mia vita mi sentii a casa.

«In nome di Cesare il conquistatore, arrenditi Vercingetorige!» - «Appulo, lascia in pace il povero Timo, non è un cavallo, è un mulo, non lo puoi cavalcare, lascialo lavorare!» e finalmente cessarono i rumori molesti vicini a quella povera bestia. Raggiunsi mio nipote all’interno del mulino mentre continuava a gironzolare con il suo gladio in legno d’ulivo. Anche se ormai l’udito non era più quello di una volta, man mano che mi avvicinavo sentivo lo sfregare delle pietre che lentamente trasformavano i nostri chicchi di grano in farina. Avevo chiamato Sestio, Timo ed Appulo i tre muli, come quelli di Mario, che al ritmo della vita facevano girare la macina. Quel sole, quel vento, quella terra erano ora tra le mie mani e scorrevano veloci a riempire i sacchi pronti a partire e a raggiungere, chi come me, cercava una casa.