Pane, olio, cielo e...

Pane, olio, cielo e...

di Angela Lomoro

Rumori. Clacson. Nebbia

È la mattina della grande Mela: la città che non si ferma mai, dove non c'è mai né notte, né giorno. Ma tutto si muove, cambia, si evolve.

Quindicesimo piano del grattacielo Yell: qui si costruiscono tecnologie al servizio della ricerca, qui si costruisce il futuro. E io lavoro qui da cinque anni come ingegnere informatico.

Se guardo in basso, le auto sembrano formiche che dividono la città in tanti segmenti neri.

Dalla mia finestra, però, posso guardare il cielo. È proprio qui, davanti a me.

C'è una piccola fetta di cielo, libera.

Non ci sono altri tetti, né insegne luminose.

Lì, semplicemente, c'è il mio passato.

E io ci torno ogni giorno, alle 13 in punto, durante la mia pausa pranzo.

Non faccio biglietti aerei, né mi sposto. Solo ricordo.

I miei colleghi scendono a prendere un hamburger da Willy, oppure vanno da Mario che cucina gli spaghetti cacio e pepe a New York.

Io rimango dietro la scrivania e guardo quell'angolo di cielo. Lì, in quel punto infinito di cobalto, iniziano i miei ricordi d'infanzia.

Subito sento sulla pelle un vento leggero, caldo. Mi attraversa il viso, mentre corro tra le distese di grano di nonno Franco. Il profumo dei cereali mi scorre dentro, dalle narici fino al cuore.

E poi, eccola, la sento.

«Francesco, vieni! Ti ho preparato la merenda». Ogni giorno, alle 10 in punto, nonna Maria richiamava me e nonno Franco in casa. Ci preparava due grandi fette di pane, con pomodorini e un olio profumatissimo.

«Mangia, che devi crescere. E da grande sarai forte e importante», mi diceva.

Non so se ora sono forte e importante, ma l'odore di quell'olio mi ha segnato per sempre. Quanto pagherei, adesso, per quella fetta di pane!

«Tutte cose nostre! Questo pane lo facciamo noi... senti com'è croccante, nonna, senti...»

Quanto aveva ragione!

In metro, la sera, mentre torno a casa, mi viene l'acquolina in bocca e l'unica cosa che vorrei è una fetta di pane. Il pane di nonna Maria e nonno Franco, quello fatto con il grano del campo. A Corato. Quando io ero bambino ed ero felice.

Nonna Maria e nonno Franco non ci sono più, le mie sorelle hanno rilevato l'azienda e una volta all'anno, torno anche io in Puglia.

È rimasto tutto uguale. È vero ci sono macchinari nuovi e moderni che prima non avevamo, ma c'è sempre quella vocazione a fare le cose con amore, a raccogliere il grano pensando alle nostre persone care. Tutto risponde ancora alle vecchie indicazioni  di nonno Franco: "quando raccogliete il grano, pensate ai vostri figli".

Ci teneva nonno Franco alle cose fatte bene. Ci metteva tanta passione. Era pignolo, nonna Maria glielo diceva sempre. Ma lo faceva per noi, lo faceva per tutte le famiglie che avrebbero mangiato il pane, la pasta e i taralli fatti col grano del signor Franco.

Ah, la pasta. Quanto ne andava fiero! Nonna Maria si svegliava all'alba la domenica, per far cuocere il ragù a fuoco lento. E lui, puntualmente: «Sì è buono Maria... ma tanto con il grano nostro, pure la pasta col burro è buona assai».

«Lo so, Franco. Però con questo ragù possiamo far mangiare gli angeli del cielo...»

Noi ridevamo, durante questo tipico battibecco domenicale. Era un battibecco d'amore.

Anche il grano del nonno Franco era un grano d'amore. Il tempo è passato: il grano c'è ancora e anche l'amore.

Squilla il telefono: riunione in sala briefing tra 10 minuti.      

«Francis» (qui mi chiamano così) «what did you eat today?»

«Bread, oil and sky».

Anche oggi ho mangiato pane, olio e cielo. Il mio collega mi ha guardato con aria stranita. Io ho sorriso; nonna Maria sarebbe tanto fiera di me.

«Che ne sa il collega tuo, nonna. Che ne sa...»