Don Michele l'americano

Don Michele l'americano

di Antonello Minoia

Don Michele non è mica sempre stato Don Michele. Michele De Carlo una volta era Michael. Michael Caves. La sua vita è stata una bella conquista, ma soprattutto è stata una bella avventura. Oggi, ho voglia di raccontarvela. Perché alla masseria, alla casina di Don Michele, è stato scritto un nuovo capitolo di questa bella avventura.

Premessa
La Puglia ha conquistato Don Michele prima ancora di entrarci davvero. Ho sentito questa storia decine di volte. Quasi sempre dalla sua bocca. Con le sue parole. Con le sue pause. Passare interi pranzi e pomeriggi all’ombra dell’olmo che riempie il piazzale della sua casina di campagna è sempre stato così: un viaggio tra racconti, ricordi, forse qualche invenzione. Ma, in fondo, chi se ne frega. Michele ‘u merican. Michele l’americano. L’amore per quella donna sconosciuta, l’amore per questa Puglia.

Capitolo 1: Puglia, non ti lascio
Michael ha deciso di restare a vivere qui da noi qualche giorno, dopo il suo approdo e il suo impiego da soldato. Un sogno da realizzare quando la guerra sarebbe finita. La guerra è finita e il sogno si è avverato.
Subito concretizzato grazie all’acquisto di un grande appezzamento di terra con una masseria al centro. Proprio al centro. Subito agevolato dall’aver imparato l’italiano. E poi ancora alimentato dall’acquisto e dalla gestione di un cinema in città, da quelle domeniche passate a seguire la squadra di pallone che aveva deciso di fondare e allenare, da quei giorni passati a scrivere articoli per un piccolo giornale locale sportivo. Il cinema, il calcio, la stampa e quel leggerissimo accento tradivano le origini anglosassoni di Michele. Inglese, non americano. Ma vai a spiegarlo ai pugliesi di un tempo. E anche a quelli di oggi.

“Don Michele, raccontami ancora di quella partita del Nottingham Forest”. Le chiacchierate con Don Michele erano su per giù sempre così. Mia domanda, bruschetta, giro d’olio, pomodorino, un po’ di sale, risposta sua. Altra domanda, bruschetta, giro d’olio, pomodorino, un po’ di sale, un goccio di vino, altra risposta.

Io onorato di poter ascoltare, lui grato di poter raccontare. Io adoravo ascoltarlo. Lui amava parlare. Eppure ci dividevano una, forse due, generazioni. Poteva essere mio nonno o qualcosa di più. Dal cinema aveva preso la capacità di inserire pause ricche di suspence, dalle cronache calcistiche di un tempo il bisogno di rendere tutto unico e irripetibile. “L’ala destra della Bari, Bonini, un ragazzo tutto pepe, si destreggia come un veterano. Anche al centro arreca molestie alla difesa avversaria. Il portiere ospite non si oppone all’azione combinata degli avanti biancorossi: Bonini, Stradella, Sentimenti, Fabian, gol! È il momento di gran vena dei baresi che segnano così il secondo punto prima della ripresa”. Più o meno, come la settimana Incom. Per dire che il Bari aveva segnato il gol del raddoppio. Amen.

Capitolo 2: le ragioni (folli) di un amore
Don Michele del resto è un uomo d’altri tempi. In Puglia è arrivato con gli ultimi venti di guerra e ci è rimasto con i primi venti di un amore mai conosciuto davvero. Si era innamorato di quella donna passando davanti a quella casa di campagna. Si era innamorato di lei senza conoscerla, senza neppure parlarle. Si era innamorato di lei addirittura mentre lei baciava un altro, a giugno durante la raccolta del grano. “Cosa ricordi di quella camminata?” Me lo aveva detto tante volte, ma avevo voglia di ascoltare di nuovo le ragioni lucide di un amore folle. “Ricordo l’infinito. E il nome impresso sui cancelli di quella casa nel grano: Martinelli Delcanto. Poi null’altro, solo sensazioni”.

Michele si era innamorato di quella donna. E della Puglia, di quella terra fatta di grano e sole, chicchi e tramonto. Quanto era bella quella donna che non avrebbe conosciuto mai. Quanto era bella quella terra che non lo avrebbe accolto mai più. “E invece no”, pensò allora. La Puglia non sarebbe stata solo corridoio di passaggio per un’impresa di guerra. La Puglia sarebbe stata casa sua. Cento chilometri più a sud trovò davvero casa sua: una casina dell’Ottocento immersa nei campi, una volta dispersa nelle campagne, oggi alle porte di una cittadina della Terra di Bari. Una volta solo residenza, oggi un po’ locanda un po’ fortino per i viaggiatori che ancora hanno voglia di mangiare come un tempo.

Michele amava il grano perché il suo amore mai corrisposto e mai neppure conosciuto l’aveva visto solamente immerso in una infinita distesa di grano. E così tutto attorno a quell’olmo solo grano, grano duro di Puglia.

“Cosa prendi?” mi disse. “Un piatto di pasta, con un giro d’olio extravergine e il sugo fresco della salsa dell’anno scorso, il formaggio sopra, quello fatto da te”. Come dire la Puglia messa tutta in un piatto. Faceva caldo. “Ordinatela tu stesso, tanto ormai ti conoscono, io mo’ vengo”.

Si alzò con fatica. Non aveva il fisico del granatiere, non era neanche un bell’uomo. Ma aveva stile. Nobiltà. E nascondeva bene i suoi 80 e passa anni. Si avvicinò ai contadini e alle contadine, fattori che chiamava dal Tavoliere per lavorare meglio la raccolta del grano. Li trattava sempre per bene. Con rigore, ma come se fossero di famiglia. E lo stesso faceva per i dipendenti della locanda. “Faranno crescere meglio il grano e condurranno meglio il ristorante”, diceva.

Si fermò per un po’ a parlare con una di loro in particolare. Passarono venti minuti abbondanti. Parlavano sempre più fitto. Io, intanto, passai alla scarpetta del mio primo piatto di pasta. Mi piaceva la pasta da Don Michele: aveva quella ruvida, che raccoglieva il sugo al punto giusto, tutta pugliese.

Lui, intanto, parlava con lei. La prese sotto braccio come se la conoscesse da una vita. La portò lontana dal gruppo, giù nei campi, oltre il muretto a secco della strada e le indicava tutto attorno, con ampi gesti. Verso il passato, verso la casina.

Capitolo 3: la vita sa premiarti
Lo vidi arrivare al tavolo con lei, si sedette, aveva un altro volto, un’altra espressione.

“Chiedile il cognome” mi disse.

“Ma davvero?”

“Certo, chiedile il cognome”.

“Martinelli Delcanto” rispose lei, divertita da questo nostro primo approccio. “Rossella Martinelli Delcanto”

Era bellissima. Capelli lunghi neri, forme mediterranee. Un sorriso devastante. Rossella, un nome che incantava.

“Hai visto – disse lui – Hai visto come le assomiglia?”.

Lei non capì. Io afferrai dopo. Ed ebbi la capacità di reagire con prontezza per non deluderlo.

“Impressionante. Una somiglianza impressionante” dissi io.
“Sua nonna non c’è più. Però lei è bellissima” disse lui.

Ancora oggi mi sfugge il perché avrei dovuto sapere come fosse il volto della donna di cui si era innamorato 50 anni prima e il perché avrei dovuto ritrovarlo uguale in sua nipote 50 anni dopo.

“Rossella, ordiniamo un piatto di pasta anche per te?” chiuse lui.

Michele ‘u merican. Michele l’americano. Una vita meravigliosa: soldato, imprenditore, un po’ artista e un po’ agricoltore, giornalista e sportivo. Ma soprattutto amante.

Di quella Puglia ricca di odori e sapori unici, capace di creare percorsi inattesi nella sua vita, nella sua mente e nel suo cuore. Di quella Puglia che aveva saputo premiarlo con l’odore del grano e il ricordo di un amore.