Il mare a sinistra

Il mare a sinistra

di Valeria Belviso

Dal lunotto posteriore dell’auto non si intravede neanche uno spiraglio di luce. Provo a cercare un piccolo spazio utile sui sedili posteriori, non dico per un appendiabiti eh, ma almeno per una busta con dei generi di conforto per questi mille chilometri di viaggio che mi aspettano. Ma nulla. Sul sedile del passeggero sono riuscito a infilare a fatica l’ultimo scatolone, un piumone e la borsa con il computer. Chiudo lo sportello e guardo quell’ammasso informe di scatole, buste, oggetti. Riesco solo a chiedermi come diavolo abbia fatto ad accumulare così tanta roba in soli cinque anni. Tutto da zero e per giunta in una città che non è neanche la mia. Ma poi penso che in fondo anche per essere degli accumulatori seriali di minchiate ci vuole talento e, in alcuni casi, serve essere innamorati, quindi va bene così. Fuori fa freddo, sono le sette del mattino e la temperatura non supera i -6, ma d’altronde non posso aspettarmi nulla di diverso da Trento a febbraio. Attorno a me la città si sta svegliando, i primi sciatori iniziano a popolare bar e strade, ondeggiando come dei piccoli robot con i loro sci in spalla, pronti a caricare le macchine per raggiungere le piste. Alzo il mio sciarpone grigio fino al naso: profuma di pulito, ma quell’odore di casa, coccole e caffè si fa largo, prepotente, a ricordarmi che sto per iniziare tutto da capo, ancora una volta e questa volta senza di lei. È il momento di andare. Salgo in macchina e cerco Caparezza su Spotify: se devo lasciarmi un pezzo di vita alle spalle, voglio farlo saltellando su suoni familiari per la miseria! Faccio manovra e sul portone di quella che era stata casa mia fino a poche ore prima c’è il padrone di casa che mi saluta con fare distaccato, ma sinceramente dispiaciuto. Un paio di mesi prima non aveva fatto nulla per nasconderlo, quando lo avevo chiamato per avvisarlo che avremmo lasciato la casa di via degli Orti.
«Ciao Giuseppe, sono Emanuele».
«Buongiorno Emanuele. Ti prego, dimmi che non ci sono di nuovo problemi con la tubatura condominiale?»
«No, no. Per fortuna sta tenendo. In realtà volevo parlarti di altro. Dobbiamo lasciare casa. Oggi ti invio la raccomandata per il preavviso, ma volevo dirtelo a voce visti i rapporti che ci sono».
Giuseppe rimase in silenzio qualche secondo.
«Questo mi dispiace molto: quella casa aveva ripreso a vivere con voi. Posso chiederti come mai avete deciso di lasciarla?»
«Temo di no. Questioni personali, mettiamola così».
«Mi auguro solo non sia nulla di grave. Ci sentiamo nei prossimi giorni per i dettagli?»
«Certo. Grazie di tutto».
‘‘Grave’’ forse non era il termine più corretto, almeno sulla carta. Ma ‘’difficile’' sì, lo era decisamente.
Come avrei potuto spiegare a Giuseppe quei cinque anni, raccontargli di Ines e dei suoi occhi ghiaccio, del nostro cane, del camino acceso, dei progetti per il futuro e di quel sogno nel cassetto (forse tutto mio) di tornare in Puglia per ristrutturare la masseria di famiglia e il vecchio mulino, per farne una piccola azienda agricola? Come avrei potuto raccontargli lo stupore di quella mattina di novembre in cui le avevo chiesto di sposarmi e lei, fra le lacrime, mi ha risposto semplicemente «no»?
«Mi hanno offerto una borsa di studio a Boston. Ho accettato. Parto fra due mesi e voglio andarci da sola. Manu non fare quella faccia. Non prendiamoci in giro: lo sai anche tu che mi hai chiesto di sposarti per dare una scossa a ‘sta storia. Non siamo più felici da tempo!»
E come potevo spiegare a Giuseppe un amore che credevo perfetto e che mi si era sgretolato fra le mani senza che potessi accorgermene, se non riuscivo a spiegarlo neanche a me stesso? Ines l’avevo conosciuta cinque estati prima in Puglia. Non era stato un colpo di fulmine, direi più un guardarsi e riconoscersi, un annusarsi e capirsi. Lei era in Valle d’Itria per l’addio al nubilato di sua sorella Virginia. Sei mesi più tardi io ero a Torino con due valigie di vestiti estivi, un computer e una nuova vita da iniziare con lei.
«È la nostra ultima vacanza insieme da donne libere. Oste, dacci da bere!» fu la prima cosa che le sentì dire quando la vidi la prima volta nel locale che gestivo con alcuni amici. Alzai la testa di colpo e restai senza fiato. Aveva i capelli biondi raccolti in una treccia perfetta che le scendeva sulla spalla scoperta, la pelle bianca, le gambe affusolate, gli occhi color ghiaccio e quel sorriso che da solo avrebbe sciolto la neve di tutta la Marmolada. Passammo la serata a chiacchierare e a bere, bere e chiacchierare. La sera dopo Ines e Virginia tornarono ancora. E poi quella dopo, e quella dopo ancora. Era diventato una specie di rito pagano: entravano nel locale, Ines mi sorrideva, gridava «Oste, dacci da bere!», io portavo al tavolo una porzione di limoncello per Virginia e una di nocino per Ines, mi spillavo una birra e le raggiungevo.
La quinta sera mentre ero dietro il bancone, nell’orecchio mi rimbomba un: «Oste!». Ines era davanti a me, con il suo bicchiere vuoto in mano e quel suo dannato sorriso. «Domani è il nostro ultimo giorno qui. Ti va di farci da guida, o devi lavorare?»
«Lavoro di sera. Cosa volete vedere?»
«Sei tu l’indigeno, dovresti proporre tu. Mica posso fare tutto io. O pensi che stia venendo qui tutte le sere perché voglio uccidere alla vigilia del suo matrimonio la mia unica sorella, allergica agli agrumi, con il limoncello di tua nonna?»
«Ma come allergica? Sono confuso. Cioè… I.. Il suo bicchiere è vuoto ogni volta che vengo a sedermi lì. A meno che…»
«A meno che il suo limoncello non lo beva io!»
Restai in silenzio per qualche secondo.
«Allora, dove mi porti domani?»
«Vi porto…»
Non riuscii neanche a finire la frase.
«Mi porti. Virginia domani si vede con una sua collega dell’Università che vive non ho capito bene in quale paese qui vicino».
«Ti passo a prendere alle dieci».
Alle dieci, puntuale come mai nella vita avrei immaginato di essere, ero sotto il B&B. Ines mi aspettava seduta al bar: le gambe accavallate, un vestito bianco che lasciava intravedere il costume da bagno a fiori, dei sandali di cuoio, un cappello di paglia tipo panama e ai piedi una borsa ENORME.
«Ti sei portata la valigia vedo!»
«Tu invece hai portato il sarcasmo. Mi piace! È che non mi hai detto dove andiamo quindi ho pensato di prepararmi a ogni evenienza per evitare di fare quella che si lamenta perché non è preparata. Già sono bionda, vorrei evitare di darti altri alibi per prendermi in giro. In ogni caso ho portato: delle scarpe da ginnastica nel caso in cui si debba camminare e poi un telo da mare, un paio di jeans, un maglioncino, un kway, dei trucchi, un libro, lo spazzolino da denti e altre piccole cianfrusaglie».
Questa sua lungimiranza mista a lucida follia mi aveva già rapito, completamente.
«Dove stiamo andando?»
«Visto l’arsenale di roba che ti sei portata, possiamo andare ovunque. Iniziamo da Lama Luna».
«Cos’è?»
«La masseria di famiglia».
Inizio a sentire un fischio costante. È la macchina. Merda! Sono in riserva. L’autostrada e i pensieri stanno scivolando via veloci, forse troppo e non mi sono neanche accorto di essere arrivato sull’Adriatica. Museica nel frattempo ha fatto il terzo giro. La neve sulle montagne è sparita e si inizia a intravedere il mare a sinistra. Abbasso il finestrino e inizio a respirare a pieni polmoni. È incredibile come l’aria sia già diversa, più calda, umida. E poi lo iodio, come mi è mancato. Negli ultimi cinque anni sono riuscito a scendere a casa solo due volte e l’unico odore familiare che ero in grado di riprodurre fra le dolomiti era quello della pasta al ragù che cucinavo ogni domenica. Un rituale che era forma e sostanza, perfetto, senza sbavature: la cipolla e l’olio che si mischiano inondando la cucina con quell’odore che non si può descrivere; la carne che rosola nel soffritto; l’odore della salsa che si fonde con gli altri aromi e borbotta, e poi si riduce, e si addensa; la pasta cruda da maneggiare, annusare di quel colore biondo come i capelli di Ines e come il campo di grano in cui l’avevo baciata la prima volta a Lama Luna l’estate di cinque anni fa.
Non era previsto quel bacio. Non era prevista lei. Avremmo dovuto fare un giro lungo e impegnativo: il mare, i trulli, persino una puntata a Lecce. Superato il cancello di ingresso di Lama Luna, si creò una strana alchimia che non siamo riusciti mai a spiegarci. Mentre camminavamo sul viale principale, Ines mi prese la mano e mi chiese «perché è così importante questo posto?».
«Sono nato qui. Qui ci sono le mie radici».
«In senso metaforico dici!»
«No, letterale. Sono nato qui. Vieni con me». Entrammo dalla porta secondaria, quella che dava sulla cucina, e le mostrai il grande tavolo della sala da pranzo.
«Ecco, io sono nato qui, su questo tavolo».
«Non prendermi in giro dai».
«Sono serio. Sono nato in casa, con l’ostetrica, gli asciugamani caldi e mia nonna che si agitava come un’ossessa. Lo so è una cosa antica, ma io la trovo romantica. Da piccolo mi bullavo anche un po’ per questa cosa: dicevo ai miei amichetti che ero speciale, un super eroe e per questo non avevano potuto farmi nascere in ospedale».
«Sei un cretino!»
«Lo so».
Alle mie spalle inizia a calare il sole. Il mare è sempre lì, a sinistra come una metafora del ritorno a casa che puoi solo amare. Come in estate, quando guidi verso sud con il mare a sinistra e il profumo è quello delle vacanze. Abbasso tutti i finestrini, fa freddo ma non importa. Sono in Puglia. Ho bisogno di sentire gli odori della mia terra. Capire se li riconosco ancora. Guido senza sosta. Supero Bari. So dove sto andando, è l’unico posto possibile. Un’ora dopo sono all’ingresso di Lama Luna, lascio l’auto e arrivo fino al vecchio mulino che si affaccia sul campo di grano. In un istante mi passano davanti tutti gli ultimi cinque anni e i silenzi. Quei maledetti silenzi. Ecco come è cominciata. Ora è chiaro. I silenzi Emanuele, quei fottuti silenzi.
Fa freddo, mi stringo ancora in quella sciarpa che sa di pulito, di casa, coccole e caffè, inizio a piangere e a tremare. Sono a maggese.