100 + 76 + 45 + 18 = 239

100 + 76 + 45 + 18 = 239

di Valeria Belviso

Mà è seduta davanti allo specchio e, come ogni mattina da che ho memoria, pettina i suoi capelli bianchi, lunghi e corposi come se il tempo non fosse mai passato. È un rito lungo: li scioglie, prende la spazzola color argento con le setole bianche, la passa sui capelli per più di dieci minuti, poi li porta in avanti e inizia a dividerli in tre ciocche che poi intreccia piano, con grande meticolosità. Controlla ogni passaggio nello specchio per verificare la precisione della sovrapposizione delle singole ciocche e capire se le ha tirate tutte allo stesso modo: se l’intreccio risponde ai requisiti, va avanti. Ogni giorno così per quasi trenta minuti, finché non arriva alla punta dei capelli, chiude la lunga treccia bianca e la arrotola in uno chignon basso che ferma con i ferretti e una retina. Nell’ultimo periodo, complice l’artrite, ci mette sempre un po’ di tempo in più a chiudere il rituale della treccia, ma se qualcuno prova a chiederle se vuole una mano lei con fermezza dice semplicemente «No, grazie. Posso fare da sola».

L’essenza delle donne della mia famiglia è tutta in quella frase che riusciamo a pronunciare più spesso del buongiorno, come delle virago matriarcali impegnate in una missione che ha in sé la meraviglia dell’emancipazione e una piccola condanna: convincere gli altri che in questo clan a conduzione femminile ci si basti da sole.

Mà era nata nel 1900 come la Regina Madre, una coincidenza su cui per anni abbiamo scherzato, immaginando come sarebbe stata la nostra vita se lei fosse nata in Gran Bretagna anziché nelle campagne della Murgia. Davanti al camino con mia madre, mia nonna e Mà - 239 anni in quattro - ero capace di passare ore a inventare storie sulla loro inversione di ruoli. Mà con noi a Buckingam Palace ed Elisabetta di Windsor nei campi di grano come operaia, rigorosamente con i foulard color pastello. La mia bisnonna aveva fatto quel lavoro per trent’anni. Aveva iniziato prestissimo, a tredici anni: suo padre era morto, lei era la primogenita e doveva occuparsi dei suoi fratelli. Fu lavorando in quei campi che aveva conosciuto il mio bisnonno, il figlio del colono di dieci anni più grande di lei. Il loro era stato un amore antico, di quelli che nascevano solo scambiandosi uno sguardo; un amore che potevi solo immaginare, desiderare, sognare, perché toccarsi e viversi non era consentito. Un giorno mentre mia nonna era nei campi a lavorare, lui si avvicinò e le disse domani vado tua madre e le chiedo la tua mano. Mà aveva diciassette anni. Si sposarono l’anno successivo. Dopo il matrimonio, il mio bisnonno le chiese di lasciare il lavoro, ma lei si rifiutò. Le piaceva lavorare a contatto con la natura, sentire l’odore del grano, poggiare la mano sulle spighe e farsi solleticare piano, come se fossero delle piume. La faceva sentire libera e ribelle e, tutto sommato, quello era l’aspetto di lei che gli piaceva di più. Nonna Mina fu la loro primogenita.

Nel 1942 il bisnonno si era ammalato di un’infezione polmonare acuta che non gli aveva lasciato alcuno scampo. Mà era incinta del suo settimo figlio e in casa c’erano altri cinque scalmanati da tenere a bada. Il passaggio di testimone fu naturale e immediato: nonna Mina prese in mano le redini della casa e dell’attività di famiglia. Iniziò ad andare nei campi a fare il lavoro che faceva suo padre: dava ordini, gestiva il lavoro, si premurava che tutto fosse perfetto e che nella raccolta nulla andasse storto. Già a diciotto anni aveva il piglio del generale e la visione della rivoluzionaria, che senza sforzo aveva trasmesso a mia madre e, inevitabilmente, a me. In soli tre mesi di lavoro nei campi era riuscita ad assicurarsi il rispetto di tutti, soprattutto degli uomini, cosa per nulla scontata a quei tempi al sud. Sicura, intelligente, fiera, giunonica e bellissima. Fu così che conquistò mio nonno, un giovane rampante laureato in agraria a cui si rivolse per affidargli una consulenza. Aveva dei piani per quei terreni, ma il suo spirito imprenditoriale aveva bisogno di qualcuno che sapesse guidarla nelle scelte più giuste per i campi che gestiva.

In paese le avevano consigliato tutti il dott. Siciliani, Amerigo Siciliani. Lei non se lo fece ripetere due volte e, senza neanche prendere appuntamento, si era presentata nel suo studio vestita da lavoro con una camicia ecrù con i tasconi sul seno, un pantalone color caki a vita alta e stretto sulle caviglie, un foulard al collo e la sigaretta in mano.

Io praticamente sono nata quel giorno. Il dott. Siciliani presto era diventato semplicemente Amerigo, poi il suo fidanzato e infine marito, socio e padre dei suoi figli, Luigi e Maria, la loro primogenita, mia madre.

Una donna, ancora una volta e per la terza generazione di fila. Una profezia che in qualche modo mi ha sempre fatto credere che la nostra fosse gran bella dinastia di regine con una corona di fili di grano intrecciato da tramandarci di regno in regno.

Nonno Amerigo era un uomo serafico, paziente e di una intelligenza rara. Insieme a mia nonna era riuscito a far diventare tre piccoli campi di grano una delle aziende di settore più importanti di tutto il sud Italia. Lui studiava, sempre, in continuazione, qualsiasi cosa. Ogni variazione nel terreno, nel grano, nell’acqua che veniva utilizzata, nelle tecniche di raccolta.  Le passava alla lente di ingrandimento, perché ogni minimo dettaglio era utile per migliorare il prodotto.

Sui primi cento pacchi di pasta prodotti in azienda ha voluto a tutti i costi scrivere «i dettagli fanno la differenza». Gli era costata una settimana di litigate con la nonna, ma alla fine aveva vinto lui.

Quando è morto di leucemia mia mamma aveva solo vent’anni e la prima decisione che ha preso una volta alla guida dell’azienda è stata che di lì in avanti nessun prodotto sarebbe stato messo in commercio senza quella scritta.

«Ti avrebbe adorata. Avete lo stesso senso dell’umorismo, lo stesso sorriso e la stessa incredibile voglia di non accontentarsi mai di quello che si sa già. Lui si spingeva sempre oltre, come te. Mi manca tanto, ma noi siamo delle guerriere e non molliamo», mi sussurra nonna Mina, mentre mi sfila la foto del nonno dalle mani e la stringe forte al petto.

«No, nonna. Mi sa che noi non siamo proprio progettate per mollare. Tipo lei - dico indicando Mà -. Che dici, la avvisiamo che gli ospiti ci stanno aspettando? Altrimenti continuerà ad aggiustarsi quello chignon fino alla festa dei suoi centouno anni».

«Mà!»

«Cos’è Mina?»

«C’è che è tardi e giù è pieno di gente per la tua festa di compleanno».

«Dai nonna, davvero, stiamo aspettando solo te», le fa eco mia madre.

«Mi prendo il tempo che mi serve. I dettagli fanno la differenza. Anche a cent’anni».