Quel quadro che profumava di pasta

Quel quadro che profumava di pasta

di Maria Luisa Spera

Salgo quelle vecchie scale in legno che portano alla soffitta, il cigolio mi accompagna come una volta, nulla è cambiato. La porta è sempre stata socchiusa come a volermi dire: entra, sono qui che ti sto aspettando. Sono anni che non torno in Puglia, anni che non vedo più il volto di mio nonno e quella soffitta piena di colori che tanto amavo.

Ho un tonfo al cuore, le mani sudano e le gambe tremano, aprire quella porta significherebbe lasciar entrare ricordi che avevo tenuto lontano per tanto tempo, tornare alla mia infanzia, essere bombardata di emozioni forti che oggi fanno male. Sono pronta a tutto questo? No Lucrezia, non lo sei. La mia parte razionale elabora la cosa facendo la solita lista di pro e contro, tutto questo mentre il mio istinto è già con la mano sulla maniglia girata. È più forte di me. Ho deciso di tornare in quella casa, dunque di entrare anche in quella vecchia soffitta abbandonata.

Tutto è rimasto com'era: gli scaffali delle meraviglie dove ogni colore veniva accuratamente riposto da mio nonno secondo tipologia e gradazione, i vecchi taccuini da disegno sul tavolo con le pagine dei miei scarabocchi astratti in bella vista, le tele bianche pronte all'uso appoggiate là, nell'angolino vicino la porta, lo sgabello da pittore e quello dell'aiutante (io, che su quello sgabello amavo girare e girare fino a stare male), sistemati uno vicino all'altro proprio come allora. Alzo gli occhi cercando il “padrone della soffitta”, così lo chiamavo io. Lo sguardo si ferma, eccolo là, l'imponente cavalletto in faggio pregiato, costruito a mano da mio nonno, ora nascosto da un telo che per la polvere e gli anni è ingrigito. Io sono cresciuta, mio nonno non c'è più ma in questa stanza il tempo si è fermato, proprio come in un dipinto d'altri tempi.

Curiosità e nostalgia mi danno coraggio, sposto quella coperta così pesante che toglie l'aria al “padrone della soffitta” e a me il respiro. Il quadro della pasta è ancora lì, su quel cavalletto, incompleto come lo ricordavo. Sì, il quadro della pasta. Così lo avevo intitolato a sette anni.

Quando ero piccola gli smartphone non c'erano e nemmeno Instagram ma mio nonno, amante delle belle cose e delle belle immagini, era sempre pronto a “scattare” un'istantanea di ciò che lo circondava fissandola in una sua tela bianca e così fece anche per quel piatto di pasta, così bello e buono da non poterlo non ricordare.

Mi siedo sullo sgabello del pittore, ormai sono cresciuta e il ruolo dell'aiutante mi va stretto. Lo ammiro per duecentosettanta interminabili secondi, con gli occhi sbarrati e la mente completamente vuota, prima di tornare a quel lontano sabato mattina luminoso di settembre. Chiudo gli occhi per ritornare a quel preciso istante in cui entrai nella soffitta per sedermi accanto a lui, come tutte le volte. Ricordo che il quadro, appena iniziato, aveva ancora solo i colori del fondo e mentre lui armeggiava con spatole, olii e polveri io rimanevo zitta e muta a fissarlo, affascinata da tale maestria, inusuale per un agricoltore. Passavo ore a guardare quelle sue mani, vissute dalla terra, far danzare i colori sulla tela, tutto in un silenzio immenso, surreale. Entravamo in un mondo tutto nostro fatto di colori, bellezza e pasta, strascinati per essere precisi.

Ricordo l'ultimo giorno di vacanza, prima di tornarmene al nord con papà, andai in soffitta e mentre lui passava il giallo opaco sulla tela disse: “Lucrezia ricorda di impastare il pigmento con la minore quantità di olio possibile, capito?” “Si nonno, poco condimento per il pigmento, come per gli strascinati>> risposi io sorridendo. “Nonno, ma perché stai facendo un quadro alla pasta? Tu che vai tutti i giorni nel campo di grano potresti raccogliere qualche spiga e disegnare lei, è più facile, no?”

Lui mi guardò con fare severo, poi sorrise e mi disse:

“Lucrezia, il banale non è arte, l'artista guarda un chicco di grano e ci vede un piatto di pasta. Io vedo il grano nascere, diventare alto e maturo. Lo accarezzo ogni mattina fino al giorno della sua raccolta, in giugno, quando potrà compiere il suo destino e diventare quello che tu stai osservando ora nel quadro, arte. Anche la pasta, cara Lucrezia, è arte” disse voltandosi verso la sua tela in parte colorata.

Rimasi lì, seduta sullo sgabello dell'aiutante a fissare le sue mani poggiarsi su quel piatto di pasta, assai giallo e assai buono, ancora una volta, l'ultima.

Apro gli occhi, torno all'oscurità della soffitta di oggi ma con un giallo opaco nel cuore, prendo quel quadro e lo porto con me, al nord. È giunto il momento di terminarlo, dedicandolo a me, dedicandolo a lui.