Fino al tramonto

Fino al tramonto

di Marco Napoletano

“Nonna, ma cosa sono tutte queste chiavi?”

“Sono tutte le nostre case in zona”.

“Siamo ricchi?”

“No, anzi…! Ogni casa è una tassa da pagare”

“E perché non le vendiamo?”

“Perché nonno non avrebbe voluto”

“Ma sono 4! Questo vuol dire che abbiamo 4 case in zona? Me ne manca qualcuna all’appello”.

“Questo vuol dire che hai la memoria corta”

“Vediamo: questa casa, la casa in campagna, il casolare delle mandorle e poi? Me ne manca una!”

“Sforzati un po’! Ci sei stato spesso quando venivi qui in estate quando eri piccolino”.

“Dai Nonna non prendermi in giro. Non ricordo nessun’altra casa”

“Allora ti aiuto: Orazio. Questo nome ti dice nulla?”

“Orazio! L’asinello del nonno. Certo che me lo ricordo. Mi faceva salire sempre su di lui. Ci sono nonna! La casa del grano giusto?”

“Finalmente! Ora vieni a tavola che è pronta la pasta”

“L’hai fatta tu?" "No, questa l’ho comprata. Sono stanca Marco, non riesco a farla più spesso come prima la pasta”.

“Le ossa…?”

“Sì, a proposito prendimi le medicine”.

Mia nonna è la regina della pasta in casa. Tagliatelle, orecchiette, lasagne: non ci sono limiti per lei. È da parecchioche non venivo qui "al paese" a trovarla. Saranno più o meno 100 chilometri da Bari ma… Niente ma, non ci sono scuse, devo venirci più spesso e amen!

Lei vive qui. Non ha mai voluto raggiungerci in città. Vuole restare qui per andare ogni giorno a trovare mio nonno al cimitero. Per farsi la passeggiata con la sorella lungo il corso del centro storico. Per parlare con le sue amiche fuori dal portone di casa seduta alla sedia di legno. Abbiamo provato a dirle che sarebbe più comodo averla vicino a tutti noi ma non ha mai ascoltato. La sua risposta è sempre stata: “Venite voi qua. Io in città non ci vengo”. E alla fine la sta spuntando lei, al punto da far trasferire mia zia qui che, dopo anni di insegnamento, ha deciso di trascorrere la pensione a pochi metri dalla madre.

“Ti va di andare alla casa del grano?”

“Ma che dici Marco, è lontano da qui. Ti ricordi che andavamo col carretto e Orazio?”

“Si ma tu lo sai che ora esistono le macchine? Se ti ricordi come si arriva ti ci porto domani”.

“Certo che mi ricordo, ma andiamoci oggi dopo pranzo. Voglio vedere il tramonto”

“Ok, affare fatto.”

La osservo mentre mangia. Il viso stanco si è trasformato in un viso felice. Le guardo le mani e vedo che con il pollice inizia a toccarsi l’anulare, dove ha la fede del nonno. Le manca tanto, non lo nasconde, lo dice sempre. 55 anni di matrimonio, 55 anni insieme. Una vita, la loro vita.

La strada se la ricorda perfettamente: io mi sarei perso appena usciti dal paese. Non ho idea di dove mi stia portando, ma come faccio sin da quando sono piccolo mi fido di lei.

Siamo arrivati. Ecco la casa del grano e subito iniziano a riaffiorare i ricordi. Mi ricordo questa sbarra di acciaio. Ricordo mia nonna che scendeva dal carretto e la apriva; mio nonno faceva il verso ad Orazio e lui eseguiva l’ordine avanzando verso lo spiazzo antistante la casa. Credo di mancare da qui da quando avevo più o meno 7/8 anni. Una vita fa.

Mia nonna prende le chiavi e apre la porta in legno. La casa è tutta impolverata, ma è rimasta esattamente come allora. Lei inizia ad aprire tutte le finestre e la luce entra nella casa del grano. Il grano. Ecco, ora ricordo perché la chiamavamo così. Devo andare sul retro.

Esco dal retro e rimango impietrito. Improvvisamente ricordo tutto alla perfezione. Una distesa gialla davanti ai miei occhi. Inizio a camminare e mi sembra di essere Massimo Decimo Meridio nell’ultima scena del film. Avanzando sfioro le spighe di grano con le mani e nella mia testa sento anche la musica di sottofondo del Gladiatore.

Quando ero piccolo non era così: non riuscivo a vedere la fine di questo campo. Mi ricordo che io e i miei cugini eravamo sovrastati da queste spighe e correvamo all’impazzata in questa distesa gialla, tornando a casa pieni di spighe ficcate ovunque. Quando ci stancavamo ci sedevamo vicino ai miei nonni che lavoravano. Ricordo mio nonno con la sua paglietta in testa, abbronzato come sempre, che con una piccola falce mieteva il grano. Mia nonna raccoglieva il tagliato e creava dei piccoli mazzi di grano chiamati covoni. Poi nonno andava a prendere Orazio e insieme caricavano il carretto di grano. Dopo qualche giorno c’era la parte più divertente: Orazio girava in circolo calpestando il grano raccolto per fare in modo che i chicchi di grano si separassero dalle spighe. Nonno aveva la frusta ma la usava poche volte. Era in quell’occasione che mi faceva salire su Orazio.

“Marco, stai pensando al nonno vero?”

“Si”.

“Anche io. Oggi di più del solito. È qui che l’ho conosciuto lo sai?”

“No nonna. Racconta”. Invece lo sapevo.  Mi hanno raccontato questa storia un sacco di volte, ma non sapevo fosse successo in questa casa e volevo che lei me lo raccontasse di nuovo.

“Questa casa era di mio padre. La mietitura un tempo era un evento. Si faceva a giugno e partecipavano un sacco di persone. Il tuo bisnonno era una brava persona e offriva lavoro a molta gente e tuo nonno era uno di questi. Prima di diventare carabiniere, da ragazzo, ha fatto il bracciante qui. È stato amore a prima vista”.

“Hai capito la nonna?

“Hai capito cosa? Ha fatto tutto lui!”

“Si si, come devi dire”.

Arrossisce, sorride, ma poi piange. “Mi manca lo sai?”

“Si che lo so nonna. Manca a tutti”

La abbraccio mentre il sole tramonta. Credo sia uno dei momenti più romantici della mia vita e sono felice di passarlo con mia nonna.

“Da quanto tempo non vieni qui?”

“Dal giorno prima che nonno è morto. Mi ha voluto portare qui. Siamo rimasti fino al tramonto”.

“Va bene nonna, ti prometto che ti porterò qui più spesso.”