Una collana di pasta

Una collana di pasta

di Nicola Fragnelli

Potrei ricordarti per quelle piccole cicatrici sulla tua pelle, ambrata anche d’inverno. Potrei ricordarti sul sedile di un treno mezzo scassato, preso all’alba per venire a trovarmi. Potrei ricordarti fra le lenzuola di una stanza d’albergo, il nascondiglio perfetto per non farci scoprire. Potrei ricordarti nel tuo soffio delicato sul mio viso, fresco rimedio contro la calura estiva. Potrei ricordarti persino al fianco di un altro uomo, persi nelle strade di una città sconosciuta. E invece ti ricordo in quella collana di pasta, indossata un pomeriggio d’Agosto di tanti anni fa.

Sei apparsa all’improvviso: della tua vita passata non conosco nulla. Ma eserciti un campo gravitazionale troppo forte, a cui è inutile opporre resistenza. Per scoprire chi sei percorro ogni giorno strade sconosciute, senza navigatore. In questo viaggio mi lascio guidare esclusivamente dal tuo odore, che sa sempre condurmi alla meta, con estrema precisione.

Quel pomeriggio d’Agosto ti raggiungo in una grande masseria a due passi dal mare. Lì, con i tuoi amici, avete organizzato un campo estivo per i ragazzini delle famiglie più umili del tuo paese, perché tutti meritano una vacanza dopo un anno intero passato sui banchi di scuola. Mi aspetti all’ombra di un grande cancello in ferro battuto, in fondo al tratturo polveroso e accecante. Quando mi vedi arrivare, vieni verso di me con quella tua andatura buffa e la testa lievemente inclinata in basso a destra. Al collo indossi una strana collana di pasta colorata. “Non te l’hanno mai detto che non si gioca con il cibo?” ti chiedo per farti incazzare. “Spicciala scemo!” rispondi a bassa voce, stringendomi in uno dei tuoi lunghi abbracci. “È una storia lunga… Se vuoi te la racconto più tardi. Devo tornare casa per recuperare teli e costumi per i ragazzini del campo. Ti andrebbe di accompagnarmi?”

Accompagnarti a casa e tornare alla masseria è un viaggio lungo 3 ore. Da affrontare nella settimana più afosa dell’anno senza aria condizionata “perché mi fa venire il mal di gola”, e con i finestrini chiusi “perché altrimenti non possiamo parlare”. Purtroppo è impossibile dirti di no quando mi punto addosso i tuoi occhi verdi pieni di vita. Posso solo aspettarti in auto mentre vai a recuperare il tuo zaino.

Non aspetti neppure che si chiudano del tutto i finestrini, cominci immediatamente a raccontare. “Mio padre insegnava italiano alla scuola media del paese. Era il prof più amato dagli studenti, il più stimato da genitori e colleghi. Ma una mattina la sua vita è andata in frantumi. Mentre attraversava il corridoio per raggiungere la sala docenti, ha visto un suo alunno colpito e umiliato da un ragazzo più grande e più grosso di lui. In quel periodo mio padre era insolitamente nervoso. Per colpa mia: mi ero messa in testa di lasciare la facoltà di Lettere per andare a vivere da qualche parte all’estero con il ragazzo che frequentavo. Quell’insolito nervosismo l’ha tradito. Di fronte a quella violenza, mio padre non è intervenuto solo per proteggere il suo alunno. Lui - che nella vita non aveva mai alzato un dito se non per sfogliare le pagine di un libro -  si è lasciato sfuggire uno schiaffo sul volto di un ragazzo.

Da quel giorno mio padre non è più tornato a scuola. Per un po’ è rimasto dentro casa a deprimersi sul divano; poi di punto in bianco ha preso l’abitudine di alzarsi all’alba per andare alla pagliara dove passiamo i mesi estivi, dove da sempre si coltiva il grano. Ha messo da parte i libri per immergersi nella vita dei campi, e di quello schiaffo che ha cambiato la sua vita non ha più parlato. Fino alla settimana scorsa. Caricavo i bagagli e le provviste in auto. Sbrigavo gli ultimi preparativi per il campo estivo alla masseria. Si è avvicinato con uno scatolone pieno di pasta fra le mani, l’ha sistemato sul sedile posteriore e mi ha detto: “In questa pasta non c’è solo il grano della nostra pagliara, ma tutto quello che ho imparato con fatica e sudore dalle spighe. Ho trovato un nuovo senso per queste mani, ma non riesco a perdonarmi fino in fondo: non posso tornare alla mia vecchia vita perché non riuscirei più guardare negli occhi i miei alunni. Adesso ti vedo partire per questo campo estivo con i ragazzi del paese e capisco che la mia passione vive dentro di te. Questa pasta è buona. Da mangiare. Da colorare. Da vivere. Qualsiasi cosa tu deciderai di fare con questa pasta, mi sembrerà di esser lì con te”.

Non dimenticherò mai la scena davanti ai nostri occhi, arrivati alla pagliara di tuo padre. Il sole è basso, sul piazzale decine di biciclette abbandonate. Nel campo di grano tuo padre corre e gioca a pallone insieme ai suoi ragazzi che hanno scovato il suo rifugio dopo mesi di ricerche. Ti fermi a osservare ogni dettaglio da lontano. Non vuoi rovinare quel momento. E neppure io. Ti abbraccio. Sento il calore delle prime lacrime. Vado via in silenzio.

Ormai è passato qualche anno da quando sei sparita così come eri apparsa nella mia vita. Ci sono notti in cui mi assale l’incubo di perdere i tratti del tuo viso e il suono della tua voce dalla mia memoria. Per scongiurare il rischio di vederti svanire, prendo fra le mani una tua vecchia foto, o mi sforzo di ricordare uno di quei pomeriggi in cui immaginavamo il nostro futuro. In uno di questi momenti di nostalgia, ho capito che il mio amore per te è identico all’amore di tuo padre per la sua pagliara. Un amore Improvviso, Misterioso, Viscerale. Ma soprattutto Salvifico. Da allora ho preso un’abitudine: quando c’è un pensiero che mi turba o una decisione particolarmente importante da prendere, prendo spago e pasta e con pazienza mi faccio una collana di pasta. Mentre cerco di imitarti, Roberta, ricordo la storia di tuo padre. E sbagliare non mi spaventa più, perché ho la certezza che ogni cuore sa trovare la forza di perdonarsi e perdonare.