I padri non sanno piangere

I padri non sanno piangere

di Cristiano Carriero

Mio padre era quello che un tempo si soleva definire “una persona di compagnia”. Già, che fine ha fatto questa definizione? Non si usa più, l’hanno sostituita con parole vuote e prive di significato, ma il suo sorriso era qualcosa di unico. Mio padre, quando sorrideva, approvava la vita degli altri.

Era spesso attraversato da un perenne, a volte insensato, buonumore, e una mattina mi disse di preparare la cartella, perché andavamo a prendere il treno. Non avevo idea di cosa mettere in quella cartella, infilai in fretta e furia i colori a spirito, due matite, i fogli Fabriano A4, una mela, il Billy e un libro che se non ricordo male doveva essere “La Storia Infinita”, ma soltanto perché mio padre e mia madre mi avevano trasmesso l’abitudine di portare sempre un libro con me.

Non ero mai stato su un treno, ed ero eccitato come un bambino al primo giorno di vacanza dopo un anno di scuola. Anche se a scuola non c’ero ancora andato. Ma avevo letto molti libri, su tutti Pinocchio, i racconti di Salgari e avevo un’insana passione per le favole di Esopo, che mia madre mi recitava ogni sera, per farmi addormentare. Solo che alla fine si addormentava lei, e io rimanevo ad immaginare il finale di quelle favole, divagando sulle possibili conclusioni di quella storia. Mio padre mi portò in stazione, mi diede 5000 lire e mi disse di mettermi in fila e chiedere ad un signore sudato e imbronciato due biglietti per Barletta. La fila era parte del gioco. Salimmo su quel treno pieno, mio padre mi disse di obliterare il biglietto e mi invitò a dire buongiorno a tutte le persone già sedute nella carrozza 5. “Dì buongiorno a tutti” mi disse mettendomi una mano sulla spalla.

“Buongiorno” declamai tenendo gli occhi fissi sul finestrino. Ero un bambino timido, ma quella volta feci un’eccezione e alzai gli occhi da terra.

Mio padre raccontò che era la mia prima volta sul treno, i passeggeri mi fecero posto, consigliandomi di sedere vicino al finestrino. Il caldo era asfissiante, ma a quell’età sei molto più predisposto a sopportare, in generale. Il caldo non è poi così caldo e l’odore acre dello scompartimento sa di pane duro e mutande slabbrate, di mio padre con la canottiera dopo il riposino pomeridiano. E a dieci anni, quelle, sono buone sensazioni. Ti ricordano l’estate, la mamma che cucina la pasta al forno perché sta di più a casa, l’odore del pavimento appena lavato. Il rumore dell’acqua che scorre perché diventi fredda. Fuori da quel finestrino c’è la Puglia, ed è una Puglia che scopro per la prima volta, così luminosa e dura, di una durezza gentile, quella che solo noi possediamo. Guardo negli occhi mio padre: severo, intransigente, eppure sognatore, e mi accorgo che lui è il protagonista ideale di una storia che si propaga per pochi chilometri che sembrano un’eternità. Ci sono volti affaticati, mani ruvide, facce rigate dal sudore. I bambini sanno lasciare la mestizia a casa, gli altri no. Non ci riescono. La trascinano in strada, la portano sui vagoni di un treno, ed è la prima volta che me ne accorgo. Tengono gli occhi fissi sulle vite altrui, e un giorno invidierò quella possibilità, quando ci ritroveremo a tenere invece gli occhi sulle nostre vite, o su quello che ci piacerebbe che queste fossero.

Mi alzo in piedi perché muoio di curiosità, ho voglia di toccare quel paesaggio, quella filiera di cielo e grano, di nuvole disegnate. Mio padre sorride e spiega, parla di quanto è meravigliosa la nostra terra. La gente intorno a noi, gentile e affaticata, non partecipa. Si è abituata alla vita, ecco da cosa deriva il malessere. Da bambini invece il mondo ha le fattezze di un bel film, anche su un treno vecchio e puzzolente. Ciò che conta è il paesaggio, ed è un paesaggio pieno di amore. E di vita. Mi rendo conto in quel momento che quella terra, la Puglia, sarà per sempre dentro di me. È come se ci fosse sempre stata, anche prima di quel tempo. Come quando vieni al mondo e già riconosci l’amore di un padre, la bellezza del calore di un abbraccio, la protezione di una madre. Così la Puglia. Non l’hai mai vista davvero, ma l’hai sempre saputo. Fu in quel momento che dissi, credo per la prima e unica volta nella mia vita, sebbene avrei voluto dirglielo molto più spesso, “Grazie papà”. Mi girai ancora una volta a vedere il giallo del grano, a far finta di toccarlo, poi di nuovo verso lui. Si era commosso. Piangeva. Non ci si riprende mai più dalla vista dei padri che piangono ad agosto. Piangono male, i padri. Dimenticano lo stile: è quel che accade a chi fa le cose di rado. Non chiedetemi perché oggi, a quasi quarant’anni, questo piatto di cavatelli al pomodoro fresco sa di quella giornata. Di lacrime e sorrisi, di gente innamorata della vita e di un viaggio troppo breve fatto in treno con mio padre. Di un percorso di pochi chilometri che racchiude tutto il bello della nostra terra. I colori, sì. Ma anche gli umori, i volti, le passioni, la poesia. La poesia del rumore di una vecchia locomotiva, e di un pianto solo accennato, che non avrei visto mai più. Ma come in una comunione, in questo piatta di pastasciutta c’è mio padre e la sua voglia di farmi conoscere il mondo partendo da casa mia. E questa è dedicata a lui. Che continua ad approvare le vite degli altri, anche quando non sono così perfette. Come la mia.