La via delle orecchiette

La via delle orecchiette

di Manuela Vitulli

Da quando ho il blog e scrivo di Puglia mi capita spesso di accompagnare amici e conoscenti alla scoperta della mia città: Bari.

Bari appartiene a quella categoria di città che si apprezzano in compagnia di una persona del posto.

Non che i turisti non possano passeggiare da soli – per carità – ma con un local expert l’esperienza barese si fa verace e decisamente più autentica.

Bari è una città che in passato non ha goduto di ottima fama e va da sé che ancora oggi molti forestieri abbiano paura al solo pensiero di avventurarsi nel suo centro storico.

Un vero peccato: il tesoro di Bari – a mio avviso - risiede proprio nel Borgo Antico. Nel dedalo di vicoli, nella Basilica di San Nicola, nella sua cripta, nel mercato ortofrutticolo, nell’atmosfera pittoresca che contraddistingue la Città Vecchia.

Mi fa immensamente piacere notare come coloro che si distaccano dai vecchi retaggi culturali e dalla vecchia immagine di Bari ne apprezzino fino in fondo la bellezza. Una ragazza di Torino qualche mese fa mi ha detto “Ah, come sei fortunata! Amo Bari, mi piacerebbe trasferirmi lì”. Mi sono sentita orgogliosa.

Il mio luogo del cuore (nonché quello che mi regala maggiori soddisfazioni quando ho amici in città) è la Via delle Orecchiette.

Costeggiamo il Castello Svevo, giungiamo in uno spiazzale dove sono parcheggiate una decina di auto e qualche scooter e ci troviamo di fronte a due archi. Un arco più alto che lascia ben scorgere la strada a cui dà accesso e un arco più basso da cui si intravede solo l’inizio di una viuzza.

Oltre l’arco basso si trova la mia strada preferita, la via delle orecchiette. A dirla tutta non so quale sia il suo vero nome e quando suggerisco la visita a qualche lettore dico sempre “mi raccomando, non perdetevi la via delle orecchiette dopo l’arco basso”.

Sono innamorata di quella stradella per la tradizione che custodisce: mani che impastano sapientemente, pollici che affondano nella massa per dar forma alle orecchiette, stendini di legno in cui la pasta fresca viene messa a riposare, pacchi di taralli appena pronti esibiti sull’uscio delle abitazioni. Il tutto condito da dialoghi in dialetto barese strettissimo, così stretto che fatico a capire di cosa si parli.

Sembra di fare un salto indietro nel tempo. Sembra che quell’arco sancisca una linea netta tra il presente (all’esterno) e il passato (all’interno).

All’interno dell’arco basso c’è tutto l’amore per le origini, per la tradizione, per la bontà genuina.

Ecco, io penso che nascere a Bari insegni l’amore che c’è dietro la pasta.

Perché ogni volta che gusto un buon primo piatto, io ci penso.