Essere padri

Essere padri

di Antonello Minoia

Quattro fogli, una penna, un altro foglio per i calcoli. Una luce poggiata sul tavolo, il fuoco del camino, una vecchia poltrona. Maggio che finisce, un’altra pagina del calendario da scartare, giugno che arriva. E con lui conti, bilanci e bolli da pagare. È caldo, forse anche troppo.

Lei dorme, di là, dieci minuti di riposo su un vecchio letto che cigola. Lui dorme, di qua, in una culletta che non fa rumore e che dondola per conciliare il suo sonno. Carla che sconfigge le fatiche dell’essere mamma. Paolo che spegne per qualche istante le energie dell’essere bambini.

Quattro fogli, una penna e i calcoli che non tornano. Togli di qua, metti di là, sposta di qua, riconteggia di là. No, questa volta proprio non quadrano. Non è stato sufficiente il risparmio primaverile sui conti del casolare. No, questa volta non tornano. Ci sono sempre le proposte arrivate dal molino a proposito del campo: collaborare in filiera per la produzione del grano.

“Ma va, quasi quasi vendo” pensa lanciando la penna sul tavolo.

Essere padri significa far quadrare i conti, educare e crescere senza dimenticare di portare il pane a casa. Questo lui lo sapeva. Essere padri significa anche responsabilità. Tante. Arriva l’estate e i conti non tornano. Ma vendere significherebbe recidere completamente i legami col passato.

Mario esce all’aria aperta. Un occhio alla finestra per controllare il bambino e la culletta, la porta solo socchiusa per ascoltare i rumori dall’interno. Guarda il casolare, quasi sorpreso di trovarlo così grande. Immerso nella campagna di Puglia; il grano attorno; l’orizzonte qui è il Tavoliere, che divide l’azzurro e il dorato. Passa una mano tra i capelli e ripensa solo per un attimo ai suoi ultimi tre anni: aveva conosciuto Carla da studente universitario, l’aveva sposata, avevano iniziato a vivere a Milano. Poi la scomparsa dei suoi, la nascita di Paolo, un’azienda agricola abbandonata al Sud e un lavoro che così bene a Milano proprio non andava, la decisione di tornare a vivere in Puglia con il benestare di Carla che aveva voglia di sole, mare e tranquillità.

In quel casolare, così affascinante, silenzioso, ma così vecchio e stanco. Con qualche fatica che iniziava a farsi sentire e qualche costo inatteso pronto sempre a spuntare fuori. No, questa volta i conti non tornano. In Puglia solo qualche lavoro saltuario per Mario. “La tua laurea e la tua specializzazione sono troppo per un’azienda di provincia” si era sentito rispondere troppe volte. Nulla di concreto. Solo il casolare da cui ripartire.

Mario rientra in casa. Carla già sveglia, Paolo dorme ancora.
“Sai, ho sognato tua madre, mamma Lisetta - dice Carla - Era come sempre: seduta su quella sedia di legno all’angolo della cucina, mentre riposava dopo le fatiche nei terreni. Le volevo bene. Ma ti ricordi il suo modo di fare la pasta in casa? L’ho sognata, Mario”.

“Non ci aiuterà a sistemare i conti” tronca lui. Lei annuisce, l’attimo diventa lungo e molto silenzioso. Paolo si sveglia, sobbalza e sorride. Loro continuano a stare in silenzio. Lui era stato scortese, lei era un po’ triste. Mario esce, porta ancora le mani ai capelli, asciuga la fronte, sbuffa un po’.

La bici poggiata sulla rotonda dell’ulivo al centro del piazzale. Era stata lì da sempre. La guarda, poi guarda di fronte a lui, al portone di ingresso. Un lungo viale, prima di Chianche, poi di asfalto, poi ancora sterrato. Due chilometri in linea retta. Dal casolare al campo dei suoi. Passando per il molino.

“È tempo di pedalare sul serio” pensa riferendosi ai conti che non tornavano. E mentre lo pensa, pedala davvero. Prima lentamente fino al molino, poi sempre più veloce giù per la leggera discesa, verso il campo di grano. Quel campo che non aveva voluto ancora vedere, da quando erano rientrati in Puglia. Non ancora, troppi ricordi e, in fondo, a lui non interessava.

Prima di partire dalla Puglia con uno zaino da studente sulle spalle, suo padre gli aveva chiesto, in quel campo, che futuro sognasse. Lui si era girato, aveva girato le spalle al padre con un sintetico “Non questo” ed era scappato. Dal campo, dal casolare, verso la stazione e quel treno che l’avrebbe portato a Milano.

Mario lo ritrova immenso, il campo. Più grande di quanto lo ricordasse. In disordine, certo. Potenzialmente splendido. Lancia la bici, entra nel terreno con diffidenza, allarga le braccia, apre le narici e lascia entrare pieno nei polmoni l’odore del sole e della speranza. Una, due, tre boccate. E poi ancora una, due, tre boccate con gli occhi chiusi. Il sole e la speranza. Al ritorno non ha bisogno della bici. Corre Mario, corre. Così forte che ci mette addirittura meno tempo.

Torna al casolare. Spalanca la porta. Abbraccia Paolo e lo porta a sé con una forza che quasi spaventa il bambino.
“Papà!” dice lui, quasi volesse fermarlo prima che l’abbraccio gli facesse troppo male.

“Carla, corri, ora so cosa fare. Sarà dura ma è pur sempre un’idea” dice Mario, presentando veloce i suoi conti, le sue speranze, i suoi progetti. Del resto scrivere progetti era il suo lavoro. Definire piani imprenditoriali. In un attimo, il campo di grano era diventato il centro del suo mondo, il suo piano imprenditoriale. Aveva sentito forte il bisogno di tornare all’antico, di riabbracciare i valori della propria famiglia.

“Papà!” dice ancora lui, quasi volesse frenarlo, avvertirlo di non correre troppo con le idee.

“No, Paolo, questa volta non mi fermo. Questa volta non è solo per mio padre, è anche per te”.

Ha solo 20 mesi. Capisce però che suo papà ha una luce diversa negli occhi e lo abbraccia forte. Più forte di prima, più forte che mai.

Essere padri cambia le prospettive. Essere padri nella terra della proprie origini con le radici che ti risucchiano e altre radici che vorresti piantare salde significa anche questo. Un gesto, un abbraccio, i conti che non tornano, sacrifici fatti e sacrifici da fare. Poi gli abbracci, gli sguardi, la speranza e un campo di grano da gestire.

Essere padri significa non dimenticare di essere buoni figli. Perché tutto torna, esempio su esempio, azione su azione.

“Papà” dice per la terza volta lui. “Pasta”. Mario prepara la pasta. Un giro d’olio, il sugo fresco, il formaggio fresco. Poi scappa. Al Molino, per firmare quella proposta che l’avrebbe fatto padre una seconda volta. Padre di un’idea nuova per il futuro. Suo e di Paolo.