Mandorle e coccinelle

Mandorle e coccinelle

di Marianna Colasanto

Negli anni settanta, in una delle zone più periferiche della città, c’era solo aperta campagna dove si coltivavano ortaggi e verdure; quel luogo a distanza di più di trent’anni sarebbe diventato uno dei quartieri più popolari e popolosi del capoluogo pugliese.

Attorno a quei terreni furono edificati grandi condomini e con il passare del tempo aumentarono i palazzi e gli uffici.

Ancora oggi esiste quel grande appezzamento di terra, che resiste nonostante il continuo processo di edificazione circostante, ma che offre, a chi ha la fortuna di abitarci di fronte, un paesaggio bucolico d’altri tempi, arricchito dai resti di un acquedotto romano, patrimonio architettonico preservato grazie al sacrario militare ad essa adiacente.

Affacciarsi al balcone e vedere quella campagna non può che riportarmi indietro nel tempo, quando certi generi alimentari si potevano comprare direttamente dal produttore.

Ricordo come se fosse ieri quando mia madre annunciava di dover andare dalla contadina per acquistare le uova fresche, la stessa che aveva da sempre coltivato quei terreni e che aveva cresciuto “figli venuti al mondo come conigli”.

Una vita fatta di duro lavoro. “La contadina” aveva la schiena completamente curva e il suo campo visivo era la terra e condotta secondo i ritmi della natura: sarà per questo che la contadina, nonostante tanta fatica, ha vissuto per più di novant’anni.

Andare da lei mi apriva un mondo fatto di giochi selvaggi, alla scoperta di nuove avventure.

Uscite dal cancello di casa, a pochi metri di distanza c’era un muretto, facile da scavalcare e che ti permetteva di accedere prima alla sua casa. Da un lato era una scorciatoia, ma d’altra parte quell’accesso impervio rappresentava per la sottoscritta l’inizio di qualcosa di straordinario. Mia madre mi teneva per mano mentre attraversavamo quel campo, ricco di spighe soffici e dorate che si attaccavano ai vestiti non appena le sfioravi.

Mentre raggiungevamo la nostra destinazione studiavo il territorio circostante, per individuare i giochi che mi attendevano di lì a poco.

Ciò che mi colpiva e a tratti un po’ m’intimoriva era la sua pelle rugosa e brunita, dovuta alla costante esposizione al sole. Spesso andavamo a trovarla direttamente sui campi mentre era ricurva sulla terra. Aveva mani callose, delicate nel raccogliere uno ad uno i pomodorini ma anche tenaci nell’estirpare le radici delle rape o delle carote.

Mani sempre sporche di terra, movimenti flebili, vestiti sempre scuri e il fazzoletto legato attorno al collo che le circondava il piccolo viso.

Dopo aver scambiato qualche chiacchiera con mia madre ci accingevamo piano piano verso la sua casa, accanto alla quale c’era il recinto con le galline scorrazzanti.

In questo frangente fremevo e al primo momento di distrazione delle signore sulle mie piccole gambe correvo lungo il vile di fronte la casa della contadina, circondato di alberi di mandorle.

La mia prima avventura consisteva nell’individuare i rami degli alberi alla mia altezza che contenevano più frutti; mi ergevo sulle punte dei piedi per raccoglierne il più possibile, a volte anche arrampicandomi su quei rami. Raccolto il bottino, avvolto nella maglietta, pregustavo già il sapore delle mandorle fresche e cercavo un grande masso sul quale “scazzare” le mandorle con l’ausilio di un’altra pietra. Spesso oltre i gusci schiacciavo anche le mie piccole dita. Un dolore che valeva la pena provare a fronte della conquista del “frutto proibito”. E mentre con le mani appiccicose gustavo quel frutto bianco e compatto, partivo alla conquista delle coccinelle.

Da piccola adoravo quegli insetti così graziosi. Con le dita le andavo a scovare tra le piante, le raccoglievo e le riponevo delicatamente nell’altra mano, attenta a non schiacciarle ma al contempo senza farle scappare.

Raccolto un numero soddisfacente, con il pugno stretto sul petto, correvo da mia madre, che nel frattempo aveva preso le uova, impacchettate in maniera impeccabile nella carta di giornale. A quel punto non vedevo l’ora di tornare a casa, non soltanto perché mia madre con quelle uova avrebbe preparato il semifreddo e lo zabaione con lo zucchero, ma perché attendevo con ansia il momento in cui avrei predisposto il mio piccolo allevamento di coccinelle nei grandi vasi con i gerani.

Arrivata a casa mi fiondavo sul balcone aprivo piano il piccolo pugno con dentro le coccinelle e con le dita le disponevo in modo chirurgico sulle foglie. Un misto di gioia e tensione mi attraversava in quel momento: quante di quelle coccinelle avrebbe amato la loro nuova casa e quanto avrebbero spiccato presto il volo?

La maggior parte volava via, facendo ritorno alla campagna dov’erano qualche minuto prima.

Oggi vedere una coccinella è un evento eccezionale, sono praticamente scomparse, ma quelle rare volte che mi capita di vederne una istintivamente la raccolgo con delicatezza, ma non la tengo più stretta in un pugno, lascio che spicchi il volo e immagino che raggiungano la contadina, ovunque lei si trovi adesso. La contadina le uova fresche non ci sono più ma per fortuna quella campagna, esiste ancora, così come c’è chi ancora oggi a distanza a di più di trent’anni continua a coltivarla.