È ora di tornare

È ora di tornare

di Marco Napoletano

Non so se riuscirò ad arrivare a fine giornata. Non vedo l’ora di andare in pensione. Non ce la faccio più.

“Ma quando arriviamo?”

“Manca poco ragazzi”. È la quarta volta che rispondo così a questa domanda e due volte a farla è stato sempre lo stesso ragazzo.

Professore ma noi dobbiamo andare in bagno. Quanto manca?”

“Ho appena risposto ad un tuo compagno che manca poco. Trattenetela!”, questa volta la mia risposta è stata un po’ più severa e lo vedo nei loro occhi.

Chissà cosa pensano, chissà cosa dicono durante la ricreazione di questo vecchio rimbambito che si arrabbia sempre.

Ci mancava anche l’ennesima gita scolastica alla scoperta delle origini della Puglia. Avevo detto al preside di non coinvolgermi più ma la sfiga ha voluto che quella di italiano dovesse andarsi ad ammalare proprio oggi ed eccomi qui su questo pullman con 40 ragazzini e la collega di educazione fisica. Per fortuna conosco il posto a memoria.

Usciti dall’Autostrada ci fermiamo in una stazione di servizio. Li osservo scendere uno ad uno, c’è chi fa gruppo, chi è più isolato, chi resta sul pullman, chi prende in giro il compagno, chi fa la corte alla più bella della classe. Le classi sono sempre così, da 30 anni vedo sempre gli stessi ragazzi, con nomi diversi, con abbigliamenti diversi, ma sono sempre loro.

Ti va un caffè Mario?” mi chiede Mara, la giovane e appena arrivata professoressa di educazione fisica già molto amata e stimata da tutte le classi. Che bello che è fare gli insegnanti di educazione fisica: giornale, cellulare, praticamente sempre seduti sulla sedia in palestra a vedere passare le ore fino al suono della campanella finale. Odio anche un po’ loro, ma forse la mia è solo invidia.

“Certo Mara”.

Esco dal bar e mi accendo una sigaretta, è solo in questo momento che mi rendo conto di ciò che ci circonda, assorto dai miei pensieri durante il viaggio non ho guardato al di là dei miei appunti.

Se il Signore avesse conosciuto questa Piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui. Così Federico II di Svevia, descrisse questa parte della Puglia. Come dargli torto. Luce dei miei occhi: mai affermazione fu più azzeccata. Luce, tanta luce, il sole si riflette nei campi di grano e propaga una luce potentissima. Non venivo qui da qualche anno ma l’effetto è sempre lo stesso, staccare da tutto e da tutti e godersi paesaggio e momenti.

“Prof a cosa sta pensando?”

“A Federico II, Straziota, te lo ricordi?”

“Prof e chi se lo scorda! Quello di Castel del Monte!”

“Straziota caro, quello, come lo chiami tu, parlava 6 lingue, era un letterato, uomo di larghe vedute e un grande sovrano. Non come te!”

“Bhe Prof se ero come lui almeno un castello lo tenevo”

“Se fossi stato come lui almeno un castello avrei potuto averlo. Chiaro Straziota?”

“Prof tu sei quello di storia non di italiano”, e se ne va ridendo.

Ecco questo Straziota è il classico esempio di ragazzo che qualche tempo fa avrebbe potuto suscitare in me una voglia di insegnamento smisurato ma che adesso mi urta solo il sistema nervoso. È il classico ragazzo intelligente che studia solo quando gli va e sa che in un modo o nell’altro se la caverà; il classico ragazzo che al colloquio con i genitori è da “Il ragazzo è bravo ma non si applica. Potrebbe fare molto di più signora”.

Risaliamo sul pullman, contiamo che ci siano tutti e 40 e ripartiamo, dopo pochi chilometri tra strade che si fanno largo tra i campi di grano arriviamo finalmente a destinazione.

“Prof ma qui precisamente cosa siamo venuti a fare?”, ancora lui. Straziota.

“Straziota ma il programma l’hai letto? Ovviamente no. Siamo venuti a vedere questo molino perché qui siamo nel granaio d’Italia. Nel cuore del Tavoliere delle Puglie. Nella terra di Federico II di Svevia. Qui si lavora per preservare il nostro grano, per cercare di portare sulle vostre tavole la pasta interamente prodotta qui in Puglia. La mangi la pasta Straziota?”

“Ogni giorno Prof”.

“Bene bravo. Ora però fate una cosa per il vostro caro e vecchio prof di storia ok? Lasciate tutti i cellulari, anche perché qui non c’è rete, e cercate di godervi la giornata senza distrazioni, senza foto, social network e altre fesserie”

“Prof ma sta scherzando vero? E su Instagram neanche una foto del grano dobbiamo mettere?”

“No, non sto scherzando. Se lo fate per i prossimi due mesi non vi interrogo. Promesso”

Non pensavo di ottenere questo successo. Valgono più due mesi di pacchia che una foto postata su un social network. Lasciano tutti i cellulari in custodia a Mara e scendono dal pullman. Allora non sono poi così da buttare.

In trent’anni di carriera sono venuto qui in questo molino almeno 5 volte, il giro è sempre quello ma per me è come se fosse la prima volta, si sente il profumo di Puglia, di quei valori ormai persi, di quelle tradizioni ormai andate. Il campo smisurato di grano ti da quella sensazione di libertà, di genuinità. I ragazzi si divertono, anche senza cellulari, si rincorrono, si rotolano nel grano, si stendono, magari scappa anche qualche bacio qua e là e sbocciano i primi fidanzamenti. Chissà.

Io mi siedo su una balla di fieno, li osservo, mi accendo una sigaretta e penso che alla fine insegnare non è poi così male.

“Prof lei è un grande lo sa?”

“Straziota. Ancora tu?”

“Si prof sempre io. Sta cosa dei celllulari che ha fatto è tanta roba davvero. Stiamo diventando scemi sempre con sti cosi in mano”

“Alessandro, lo dici per davvero o stai facendo una bella sviolinata al tuo professore?”

“Prof non mi ha mai chiamato per nome lo sa? Dico per davvero, vivere questi momenti, godersi ogni momento come se fosse l’ultimo. Qui è fantastico tutto, da questi campi di grano incredibili fino alla filosofia che c’è dietro questa azienda.”

“Alessandro Straziota, allora dentro quella testa all’apparenza vuota c’è qualcosa di buono”

“Prof il problema è che non mi applico”.

“Straziota ma toglimi una curiosità. Che dite di me?”

“Prof solo cose buone. A volte è un po’ pesante ma siamo fieri di averla come insegnante. Basta vedere come tutti le hanno dato retta oggi”

“Si grazie, pur di non essere interrogati”

“Ma che, tanto lo sappiamo che ci interroga lo stesso”

“Bravo. Continui a stupirmi” rido e ride anche lui andandosene.

Ed eccolo qui. Quel momento in cui tutti problemi spariscono e capisci perché ti piace insegnare. Sta calando il sole. E ora di tornare.

Andiamo ragazzi, è ora di tornare. Ecco i vostri cellulari”.