Un pranzo, tanto amore, mille ricordi

Un pranzo, tanto amore, mille ricordi

di Attilia Di Corato

Scarpette ad occhio di bue nere, vestitino grigio di lana, camicetta bianca col colletto tondo.
Seduta su un divano, appena tornata da scuola… gli occhi incuriositi guardano attraverso una grande finestra, scrutano la piazza silenziosa. Non c’è anima viva, tutti sono a casa e pranzano con le loro famiglie, suppongo. È una bella giornata, il sole invernale, pur timido, illumina e riscalda, è quel sole che scalda il cuore, che trasmette buon umore, che fa amicizia pian piano, non come lo spavaldo sole estivo; il cielo è terso, limpido, al centro della piazza una fontana.

Un cane fa capolino e un po' circospetto vi si avvicina per bere l’acqua che continua a gocciolare con atteggiamento quasi irriverente. Incantata da tanta quiete, ad un certo punto ecco un rumore di passi, di pantofole, che proviene da quelle stanze buie della casa, dove di certo una bambina non è propensa ad avventurarsi, e il rumore si avvicina sempre più con costanza ed eleganza.

Compare quella dolce figura che aspettavo, il profumo dolce, una carezza, la richiesta di un bacio e poi mi porge un ombrellino di cioccolata. Si siede sulla sua poltrona, io guardo il frontino, sono sempre diversi. Anche io mi accovaccio sul divano e disegno, disegno la campagna, gli alberi, il mare e come sottofondo “Top of the Pop” in televisione, mentre aspetto. Ad un certo punto si alza senza dire nulla e io la seguo, seguo la nonna come un pulcino la chioccia, giocherellando con i piedi sulle piastrelle in ceramica dello stretto corridoio… un piede qua, uno là, poi uno dietro l’altro, perché è così che si cammina dice la nonna. E poi un profumo arriva dalla cucina, prima delicato, poi sempre più prepotente. Lì, sul fuoco l’acqua bolle, bisogna scegliere la pasta, a me la decisione. Ma chissà… è tutta uguale, tutta gialla, tutta buona, è indifferente, che cambia?! Invece no, un tipo acchiappa il sugo, l’altro se lo lascia sfuggire, uno accoglie i pezzetti di carne, all’altro stanno un po' antipatici. Questa è la storia che mi viene raccontata. Alla fine sceglie lei e mi adeguo, va bene comunque.

Il ragù brontola, perché, cucinato lentamente, con amore, con pazienza, ora, non ne ha più lui. L’odore intenso è invitante, nostalgico, si impone, appartiene a quella casa, a quella cucina. Ora bisogna aspettare, attendere che tutti tornino dal lavoro. Sembra un tempo lunghissimo, la pancia si lamenta, la golosità fa anche il suo gioco. Ma sedute lì, al tavolo tondo della cucina, iniziano a rivivere ricordi. La nonna mi racconta alcuni episodi divertenti di quando mamma era piccola e tanti altri aneddoti curiosi. Nel frattempo scrivo su dei foglietti delle dediche per la nonna, il gioco è poi piegarli perché diventino sempre più piccoli e possano entrare in un barattolino di latta, che forse è ancora lì, vicino alla televisione, pieno di omini stilizzati che ci ritraggono, di cuori, di “ti voglio bene”. I minuti passano, la lancetta sembra che corra più veloce che mai, più del previsto. La nonna si avvicina alla finestra e osserva, mi guarda con dolcezza, sorride, con gli occhi che, mentre guardano l’orologio, ora sono contenti, ora sono impazienti, ora rassegnati. La sua figura è bella, sicura, elegante, la pallida luce che attraversa i vetri le dona, è delicata e chiara. Suonano il campanello, finalmente sono arrivati tutti. La pasta è cotta, il ragù, poveretto, era già pronto da un po', bisogna solo riempire i piatti. Mi affaccio alla porta. Qualcuno sale le scale velocemente, qualcun altro un po' più lentamente. Qualcuno, invece, come al solito deve ancora arrivare, perché in campagna si finisce tardi di lavorare, ma prima o poi, più o meno in tempo, farà il suo ingresso in sala da pranzo. Tutti, intanto, danno una mano, piatti che vanno, tegami che vengono. Tutti contenti, più o meno sereni, forse finalmente rilassati sono pronti per sedersi a tavola. Tutto è stato fatto in attesa di questo momento, in attesa di un piatto di pasta colorato dal ragù, che finalmente può svolgere il compito tanto reclamato. Tutto pronto per l’obiettivo, stare insieme… si chiacchiera, si litiga ogni tanto perché no?!, fa sempre bene, si ride, si scherza. Quella pasta col ragù, adesso, quel piatto, quei tanti piatti trascinano con sé una marea di ricordi e tanta nostalgia. Non importa se sto bene quando li ritrovo su una tavola dinanzi a me, ovunque io mi trovi hanno il potere, forse bello, forse eccessivo delle volte, di riportarmi indietro… e ritrovo parole dette tanto tempo prima, sguardi, occhi pieni di passione, quelli del nonno; occhi stanchi, ma contenti di vedermi, quelli di mamma che torna dal lavoro; occhi dolci, quelli di papà, in cui cerco di intravedere la campagna; occhi pieni di amore, quelli della nonna. E quando comprendi tutto questo, probabilmente più quando ti allontani, che rimanendo lì, allora scopri anche che la tua terra fa parte di te.

La Puglia, con i suoi ulivi, il suo mare, la sua terra, i suoi campi, le piazzette dei paesi deserte all’ora di pranzo, le fontane, il sole pallido d’inverno e rovente d’estate, tutto questo ha prepotentemente messo radici in me, come le mie radici sono lì, non si sfugge; a questo, la memoria, i ricordi, l’amore, non si può sfuggire. Sembra essere dedicato a noi, quasi come un insegnamento, che viene dal cuore di questa terra meravigliosa.