Tradizione è passione

Tradizione è passione

di Nina Strippoli

26 agosto 1990: ho cinque anni e in una calda giornata di fine estate mi sveglio, guardo la luce del sole, mi precipito dal letto. Sono ancora assonnata, ma ho troppa voglia di andare al mare. Infilo le mie ciabattine mentre i miei fanno colazione, prendo la paletta e il secchiello, corro verso la porta e scendo gli scalini che mi porteranno sulla spiaggia, percorro il viale…15, 20 passi e…scoppio a piangere. Non sono al mare, ma in campagna, la vacanza a Rosa Marina è finita.

Il mio papà mi raggiunge, mi prende in braccio e mi dice mentre io continuo a singhiozzare: “Franci, perché piangi? A te piace la campagna, perché fai così? No amore di papà, non piangere, domani ti porto di nuovo al mare…ma adesso smettila, dai! È così bella la campagna!

Papà no, io volevo fare i castelli e giocare col mare, qui non lo posso fare, non c’è niente, non mi piace la campagna!” gli rispondo ancora tra le lacrime.

E lui allora mi riprende: “No cuoricino di papà, non dire così, sennò mi metto a piangere pure io. Il tuo papà è un uomo di campagna, non puoi dire che non ti piace. È vero, qui non vedrai papà che si mette la muta e ti porta i ricci buoni che ti piacciono tanto, ma puoi fare tante altre cose divertenti. Vieni in braccio, ti racconto una storia…”.

Con tutta la dolcezza di cui è capace un papà nei confronti di una figlia che piange, mio padre mi fa sedere sulle sue ginocchia e comincia a raccontarmi dei giorni passati in masseria quando era piccolo, di come suo padre e suo nonno gli insegnarono ad amare la terra, a coltivarla, a riconoscere il grano e a liberare il terreno dalle erbacce. Mi racconta di come si costruisce una casa sull’albero, a cosa servono gli spaventapasseri, di come riconoscere le cavallette tra le spighe e riuscire ad acchiapparle per qualche istante…per vederle di nuovo saltare, libere.

E poi, preso dai pensieri di un uomo abituato a lavorare la terra, aggiunge: “Sai amore di papà, se tu mangi la pasta che ti fa diventare grande è anche grazie a tuo nonno e a tuo padre che coltivano il grano in campagna: sai quanta fatica e quanta stanchezza abbiamo sopportato io e tuo nonno per far crescere le spighe dei nostri campi di grano? E quante preoccupazioni ogni anno… ma tu sei troppo piccola per capire questa cosa, scusa amore di papà, ho parlato troppo”.

Ho smesso di piangere già da un po’; la dolcezza delle parole di mio padre calma la mia frustrazione e comincio a guardare le distese dorate con occhi diversi, quindi gli dico: “No papà, non sono piccola: se tu lo fai, io ti voglio aiutare. Se ti stanchi, ti aiuto io a portare i semi. Dimmi come si fa e io ti seguo, voglio fare quello che fai tu”.

Mio padre mi sorride e mi dà un bacio sulla mano, poi io gli chiedo: “Quindi papà, tutta la pasta che mangiamo è fatta con il tuo grano?”. E lui, con la sua voce seria ma comprensiva, mi dice: “No papà, tanti altri uomini come me fanno il lavoro che faccio io e tutti insieme produciamo il grano per la pasta, proprio qui in Puglia, dove sei nata e vivi tu”.

Allora mi insegni a prendere le cavallette? E poi a seminare il grano?” aggiungo io entusiasta. E il mio papà: “Certo cuoricino, ma prima vai da mamma a fare colazione”.

Sono passati 26 anni da quel giorno e tutte le mattine, quando penso alla mia azienda agricola e al mio grano, penso a quanta pazienza ha messo mio nonno quando ha cominciato a coltivare gli appezzamenti, a quanto amore ha messo mio padre nel continuare l’attività di famiglia…e con quanta gratitudine io faccio oggi il mio lavoro, frutto delle dolci parole di mio padre in una calda giornata dell’agosto 1990.