Olio di Billie

Olio di Billie

di Marco Fornaro

Era l'inverno del ‘45 e lei odiava tutto quel freddo. Diceva che mai lo aveva patito come quell'anno. Pattinava sulle strade ghiacciate ogni mattina per raggiungere un vecchio bus scassato e guadagnarsi da vivere. Ah, la guerra.

Si chiamava Enza e non aveva troppe alternative se voleva sfamare le bocche delle tre figlie, recenti orfane di un padre che era riuscito a evitare le armi, ma non la morte. Problemi di cuore.

Una vecchia zia americana le aveva regalato un giradischi e un vinile di Billie Holiday che ascoltava ripetutamente, anche con una certa ossessività. Il gesto di indirizzare la puntina sul 33 giri era diventato sacro e mentre Strange Fruit - di cui lei ha sempre ignorato il significato - avvolgeva come un lungo abbraccio la casa, lei si infilava gli stessi vestiti rinascimentali di sempre, recuperava le sue solite cose, rimetteva a posto il suo unico disco e partiva. Locorotondo-Taranto, ogni santa mattina alle 10.33.
Trasportava olio.
Non era legale farlo nel 1945.
Cercava di nasconderlo bene e meglio, ma sapeva perfettamente che da un giorno all'altro avrebbero potuto scoprirla. Non immaginava le conseguenze, ma sapeva che non sarebbe successo nulla di buono. E ogni sacrosanta mattina lasciava casa con l'ansia angosciante di non farvi ritorno. Con la paura di non rivedere lo sguardo delle tre bambine mentre Strange Fruit assillava la piccola casa in campagna.

Poi arrivò il momento in cui la paura si trasformò in qualcosa di più che una sensazione negativa. Il pullman aveva interrotto la sua corsa poco prima dell'arrivo.
Silenzio. Sospiri profondi. Brividi.
Enza ogni giorno preparava davanti ad un vecchio specchio espressioni facciali che dessero la parvenza di una persona calma che non aveva nulla da nascondere: cercava di essere pronta davanti a questa eventualità; ma la verità è che queste cose non le prepari e quando toccò a lei mettere in pratica esercizi sempre ben svolti a casa, cadde. Il panico risalì tutto il suo corpo, dai piedi alla testa, dal basso verso l'alto. Il suo posto in pullman sembrava essersi rimpicciolito tutto d'un tratto. Le sue piccole gambe quasi non ci entravano più. Alternava momenti di paralisi a movimenti bruschi. Uno di questi toccò la gamba di un bell'uomo, alto, muscoloso e per certi versi simile a suo marito. Lui notò immediatamente il suo pallore.

“Signorina, va tutto bene?” chiese.
“Sì, ce-certo>> rispose affannata.
“Dal modo in cui balbetta non si direbbe” sorrise, puntando lo sguardo contro i suoi occhi con fare gentile.
“E va bene, glielo dico. Io contrabbando l'olio, devo venderlo a Taranto. So che è sbagliato, ma...” iniziò a piangere mentre sussurrava la frase per la vergogna.

“Si calmi” la accarezzò involontariamente per un attimo ritraendo subito la mano.
“Mio marito è morto. Ho tre figlie, non so come portare il cibo a casa” disse a voce ancor più bassa cercando di mascherare il pianto.
Mi dia l'olio” si fece più deciso il militare.

Le forze dell'ordine salirono sul mezzo e fecero scendere tutti. Iniziò a piovere. Quanto la odiava, quella pioggia. Le pareva come un vecchio orologio pronto a segnare la fine di tutto. Le restò solo il motivetto in testa di Billie Holiday prima della fine. Cercò di trattenerlo nella memoria e non dimenticarlo.

40 anni dopo

Quando mio figlio mi ha chiesto come ci siamo conosciuti io e papà, gli ho raccontato questa storia. Ho iniziato a farlo, almeno. Non gli ho ancora detto che in realtà il militare si schierò dalla parte di Enza. Lui era immune da controlli e ogni mattina sedeva accanto a mia madre per prendere l'olio, nasconderlo al suo posto e restituirglielo una volta scesi dal bus. Probabilmente si sono anche amati, ma non se lo sono mai detti. Lui era sposato e lei troppo scossa dalla morte del suo primo uomo. Hanno provato a dirselo tramandando il loro amore mancato nel nostro. L'uomo fantastico con cui vivo ora è il figlio di quel militare. E forse è per questo che lavoriamo insieme in un frantoio mentre le note di Billie Holiday accompagnano tutte le nostre notti.

"I'm a fool to want you
Pity me, I need you
I know it's wrong, but right or wrong I cant' get along without you"

"Sono uno sciocco a volerti
Abbi pietà di me, ma ho bisogno di te
Lo so che è sbagliato, ma giusto o sbagliato che sia non posso stare a lungo senza te"

E anche se so che non è stato così, voglio immaginare che questi versi se li siano detti davvero.