Il pranzo di Santo Stefano

Il pranzo di Santo Stefano

di Valeria Belviso

Fra gli scuri della finestra della camera da letto la luce del sole inizia a insinuarsi subdola e precisa proprio sul mio occhio destro, l’unica parte del corpo rimasta scoperta nel tentativo fallimentare di mummificazione da piumone. Inizio a mugugnare. Sono andata a letto tardi, incastrata in cucina fra una cheesecake salata e il ragù di cernia, e ho ancora sonno, tanto sonno. Alzo il piumone fin sopra la testa, mi giro dall’altra parte e allungo la mano per abbracciare Alessandro, ma accanto a me non c’è nessuno. Mi alzo di scatto, prendo il telefono per guardare l’orario. Maledizione sono già le nove e io ho ignorato la sveglia. «Adesso chi lo sente? Però anche lui, poteva venirmi a svegliare maledizione!»

Mi infilo al volo un felpone caldo, di quelli ammazzasesso, e vado in cucina. Sul tavolino a ribalta trovo la colazione pronta: pane caldo, marmellata di arance amare (la mia preferita), due mandarini già puliti e il cappuccino.

«Hai fatto tardi ieri, non ho avuto il coraggio di svegliarti. Hai dormito bene?»

Faccio un gesto di assenso con la testa, mi siedo e inizio a mangiare pane e marmellata, mentre guardo il mio uomo muoversi sinuoso in cucina, concentrato a sfilettare il tonno con una precisione nipponica. La cosa che mi ha sempre affascinata da quando lo conosco è la sua capacità di far sembrare sempre tutto incredibilmente semplice, come se non si sforzasse mai di far nulla e sapesse esattamente cosa fare in ogni momento. Una serenità nei gesti, nei pensieri e nelle parole che, per una persona irrequieta come me, con il tempo è diventata una bella medicina. Una sorta di xanax umano sempre a portata di mano, per farla breve, che unisce premura e serenità: due piccoli ingredienti che riescono a farti sentire sempre protetto, in famiglia. E in fondo, da dieci anni, Alessandro e io eravamo questo: una famiglia. Dal giorno in cui avevamo varcato la soglia di quella che per noi era semplicemente «casetta», iniziare la nostra vita insieme fu subito naturale, come se non avessimo mai potuto fare qualcosa di diverso che amarci, progettare e inventare le nostre piccole tradizioni familiari. Quei rituali che avremmo condiviso lui e io prima, con i nostri figli poi e magari, chissà, con i nostri nipoti; delle usanze che fossero nostre e basta, lontane da quelle delle nostre rispettive famiglie.

Il pranzo di Santo Stefano a casetta con i nostri amici storici era stata la prima di queste piccole tradizioni familiari. E ammetto che all’inizio l’avevo trovata bizzarra, soprattutto per me che con il Natale avevo sempre avuto un rapporto conflittuale. Da piccola, come tutti i bambini, lo amavo senza riserve e d’altra parte come poteva essere diversamente? Siamo seri: sai che una sera all’anno, all’improvviso, ti ritrovi sul pavimento di casa una quantità senza precedenti di pacchi da scartare, con la carta e i fiocchi che scintillano sotto le luci dell’albero, e sono lì per te. E poi vuoi mettere il gusto dell’attesa, della letterina da scrivere a Babbo Natale, della sorpresa nel vedere quell’omone vestito di rosso varcare la porta di casa con un sacco pieno di doni bofonchiare «OHOHOH Buon Natale»?

In mezzo poi c’erano dei piccoli intoppi da sopportare, come le litigate con i cuginetti per difendere la territorialità dei tuoi giochi, ma questa è un’altra storia che meriterebbe un romanzo di formazione a parte. La relazione fra me e il Santo Natale credo si sia incrinata definitivamente e in modo irreparabile quando, a quattro anni, in braccio a Babbo Natale nel salone di casa mia, chiesi candidamente: «ma dov’è zio Gigi?». Attorno a me il gelo. La mia attenzione per i dettagli era già molto sviluppata, ma i miei parenti - evidentemente - non lo sapevano ancora. Nessuno rispose. Io guardai di nuovo Babbo Natale: «hai lo stesso naso di zio Gigi. E pure gli stessi occhi. Tu non sei Babbo Natale. Tu sei zio Gigi. Mi state prendendo in giro tutti». Mi girai stizzita e me ne andai. Purtroppo ero una “drama queen” già a quattro anni e non facevo nulla per nasconderlo. Da quel momento in poi giurai guerra al Natale e da adolescente trasformai il sentimento bellicoso in odio puro, costretta com’ero in cene e pranzi lunghissimi con parenti di cui spesso non avevo neanche memoria. Ho continuato a essere una specie di Grinch mediterraneo, paffuto e dai colori caldi, fino a che non è iniziata la lenta migrazione dei miei amici fuori dalla Puglia. Fra università, dottorati, master e lavoro li ho visti partire quasi tutti: Milano, Roma, Valencia, Siviglia, Parigi, Londra, Praga,  Stati Uniti. Persino le Marche. All’improvviso mi ritrovai ad aspettare il 22 dicembre con la stessa ansia e trepidazione che avevo da bambina prima della terribile onta della presa in giro su Babbo Natale. Ma questa volta ad aspettarmi sotto l’albero non c’erano pacchi scintillanti, c’erano semplicemente gli amici fraterni che tornavano a casa. In quei giorni era una corsa contro il tempo per strappare ogni secondo utile per stare insieme, raccontarsi gli ultimi amori, i problemi con la tesi, le litigate con i genitori, i primi problemi di lavoro, la nuova promozione. Il Natale era diventato all’improvviso la mia macchina del tempo, il mio posto felice, la mia bolla di stabilità. Una zona franca in cui poter essere semplicemente ciò che ero con chi faceva parte della mia vita da sempre.

L’appuntamento era sempre lo stesso: il 24, sul mare, vicino al faro, alle 12.00. Foto di gruppo in bianco e nero, e poi un’infinità di abbracci, pacche sulle spalle, birre ghiacciate, risate e occhi lucidi.

«Pensavo che due giorni di pranzi e cene in famiglia sono sufficienti a Natale. Il 26 portiamo la tua bolla di felicità qui: festeggiamo con gli amici. Ché alla fine sono anche loro la nostra famiglia, no?», mi disse Alessandro due settimane dopo l’arrivo a casetta.

Non feci neanche in tempo a dirgli di sì, che lui fece partire una mail collettiva con la convocazione.

«Amici belli, ci siamo! Manca un mese esatto a Santo Stefano e il programma è sempre lo stesso. Pranzo a casa nostra: noi pensiamo al menù, voi a vino, dolci, amari, ammazza caffè e alcolici. I tempi per dare conferma li sapete. Quest’anno festeggiamo i dieci anni».

Era iniziato tutto così anche questa volta. Una chiamata alle armi (culinarie) su whatsapp. Dieci anni per la precisione, come gli anni di convivenza con Alessandro. In mezzo coppie che si erano scoppiate, nuovi amori, nipotini e nuovi amici.

«Ho finito di fare più o meno tutto quello che mancava: preparato il tonno, fatto il ghiaccio per lo spritz, messo in forno le verdure che hai preparato tu ieri. Che rimane?»

«Lavare i finocchi, apparecchiare, prendere il vino dalla cantina e poi io dovrò cuocere la pasta quando arrivano i ragazzi. Non ci credo che abbiamo finito tutto. Stiamo migliorando. Ti ricordi le litigate le prime volte?»

«E chi se le dimentica. Un anno ho persino pensato di lasciarti per quanto mi avevi fatto incazzare»

«Sei il solito esagerato. Mi ero solo dimenticata di comprare la pasta e abbiamo dovuto rinunciare al primo».

«Ti sembra poco? Dimenticare la pasta in un pranzo di Natale al sud, con gli amici che tornano? Tu sei pazza!»

«Mica lo scopri ora. E comunque, sia messo agli atti che da quel momento in poi il primo è diventato il tema centrale dei pranzi di Santo Stefano. Ma soprattutto, nella nostra classifica interna siamo 6 a 5 per me. Se vinco anche quest’anno, dovrai mangiare la polvere per riprendermi: la vittoria al decennale vale doppio. Vado a farmi la doccia, va».

Quando torno in salone trovo la tavola già apparecchiata: «Bene, è partita la guerra psicologica, ma se pensa che abbandonerò la competizione si sbaglia», penso.

Con l’asciugamano a turbante ancora in testa, torno in cucina e inizia la nostra meravigliosa danza su una coreografia che oramai rasenta la perfezione, studiata e messa a punto in questi dieci anni: Alessandro e io ci muoviamo in perfetta sintonia, senza neanche dirci cosa stiamo per fare. Lo sappiamo già. Gli antipasti e il primo sono miei, il secondo e i contorni suoi. Volteggiamo scambiandoci di posto e brandendo con la stessa disinvoltura fruste, cucchiai di legno e coltellacci.

Tiro fuori dal frigo il contenitore con il ragù di cernia preparato la sera prima, lo metto in una pentola e lo faccio andare sul fuoco per un po’.

«Facciamo gli spaghettoni trafilati al bronzo, così li risottiamo in padella e si amalgama bene con il sugo. Nobilitiamo ‘sto ragù di cernia».

«Vivo con Benedetta Parodi e non lo so».

«Quanto sei pop. Al massimo vivi con Antonella Ricci. Restiamo sul territorio, per cortesia».

«E tu sei una radical chic. Il pop salverà il mondo, ricordatelo sempre».

«Per ora limitiamoci a salvare il pranzo. Spegni il forno che stai carbonizzando le verdure».

«Merda».

«Radical chic 1 - Pop 0. Palla al centro».

«Questi punti non si sommano a quelli del pranzo, è bene che tu lo sappia. E adesso smettila di fare la competitiva e aiutami a fare lo spritz, ché fra un quarto d’ora sono tutti qui».

Non facciamo in tempo neanche a prendere le bottiglie di prosecco dal frigo, che suonano al citofono: sono Angela e Filippo con i bimbi.

«Siamo un po’ in anticipo, ma ‘sta peste non vedeva l’ora di venire qui».

«Zia, zia, zia», sento dalle scale. È Francesco, tre anni di ciccioneria e amore, che mi viene incontro e mi salta al collo infagottato nel piumino come un piccolo omino Michelin. Sua sorella Romana, nel frattempo, dorme con il dito in bocca nel passeggino con la rilassatezza tipica dei sei mesi.

«Filippo vieni a darmi una mano, altrimenti qui non si beve più», grida Alessandro dalla cucina, mentre Angela e io sistemiamo le piccole pesti. Il citofono intanto inizia a suonare con una frequenza imbarazzante. Casetta inizia a popolarsi.

«Manca qualcuno?»

«No, ci siamo tutti».

«A tavola allora. Si comincia!»

Alessandro e io siamo seduti insieme a capotavola, con la cucina alle spalle, sempre gli stessi posti da dieci anni per essere vicini al campo di battaglia culinario. Filippo prende il portatile e avvia Facetime. A tavola ci siamo tutti, o quasi. Mancano solo Giorgio e Maria Alessandra, una delle coppie storiche del nostro gruppo. Si sono trasferiti in India all’inizio di Novembre, perché lui ha avuto una promozione importante e non sono riusciti a tornare per Natale. «Ma pranziamo lo stesso con voi», aveva scritto in chat. Collegamento effettuato. Loro sono a tavola nella loro nuova casa a Delhi, noi a tavola a casetta.

Alessandro mi guarda e, porgendomi il bicchiere, sussurra: «Va fatto!».

Gli sorrido, prendo coraggio e mi alzo.

«Ci siamo abituati a veder cambiare tante cose in questi anni: città, nazione, fidanzati, famiglie, lavoro. A volte abbiamo avuto paura di perderci e non riconoscerci più, ma ogni anno ci ritroviamo qui più grandi, più ricchi. Maturi e adulti: ci guardiamo negli occhi e ci riconosciamo ancora come se fosse la prima volta e la vita non ci avesse cambiati, a tratti consumati. Sono passati dieci anni e sono sicura di poter parlare a nome di tutti se dico che siamo fortunati a esserci stati e esserci ancora gli uni per gli altri. L’amicizia è un dono grande, che va custodito, alimentato e lasciato libero. È amore. Ed è famiglia. E proprio perché siamo una famiglia, Alessandro e io abbiamo una cosa da dirvi. Anzi due. Una così così e una bella. Quella così così è che sono incinta e il liquido che vedete nel mio bicchiere non è prosecco, ma acqua frizzante. Il che vuol dire che farò il brindisi forse più importante della mia vita con della roba analcolica. Non lo avrei immaginato neanche nei miei peggiori incubi».

«Lo dico da trent’anni che quando hanno distribuito il sarcasmo devi esserti messa in fila una settimana prima tu, accampata in tenda come un’adolescente al concerto di Justin Bieber», mi fa Eli dall’altra parte del tavolo.

«Tu, biondina là in fondo: mi ami per questo! E per i miei monologhi - sorrido -. Voi sapete quanto io sia inquieta, incapace di star ferma sempre nello stesso posto e con le stesse persone e non vi ringrazierò mai abbastanza per avermi amata lo stesso in questi anni, nonostante a volte fosse davvero difficile starmi dietro. Anche l’inquietudine e la curiosità verso gli altri e verso il mondo però va incanalata qui e ora. E il mio qui e ora è fra queste mura che mi hanno saputa proteggere come mai mi era capitato in vita mia. Giusto per rimanere in linea con l’andamento delle cose in questa casa, ho fatto tutto da sola e ho chiesto ad Alessandro di sposarmi. Quindi invece di fare quelle facce, mettete mano al calendario e soprattutto al portafogli: fra quattro mesi vi vogliamo di nuovo tutti qui. E adesso, almeno voi che potete, bevete per la miseria. Buon Santo Stefano amici!»

Con gli occhi lucidi vado verso la cucina, apro i pacchi di pasta e calo. Mentre giro nervosamente gli spaghetti nella pentola, sento due braccia che mi stringono da dietro: «Ti amo».

«Ti amo anche io». Mi accoccolo in quell’abbraccio; l’odore di Eli è rimasto sempre lo stesso, da quando abbiamo cinque anni e andavamo a giocare nei campi della sua casa in campagna. Lì da qualche parte abbiamo anche sotterrato la nostra scatola del tempo con il contratto di adozione. Da figlie uniche avevamo capito presto che toccava adottarci l’un l’altra per sopravvivere.

«Ammazza che famiglia numerosa che abbiamo. E non ci siamo ancora sposati. Sono terrorizzata da quello che potremo creare da aprile in poi».

«Io lo sono più di te. L’anno prossimo rischiamo di essere quaranta. Come minimo dovete cambiare casa e che abbia una camera per gli ospiti con lettino annesso. Non divento zia solo io. Lo diventi anche tu. Sono appena entrata nel terzo mese. Quindi vedi di non fare scherzi e andiamo a recuperare quella scatola del tempo appena puoi. E scola la pasta, altrimenti se si scuoce scatta la crisi diplomatica pre-matrimoniale».

Le stringo le mani, mi giro e guardo verso il salone: l’albero addobbato, i bimbi che corrono e una tavola imbandita a cui siede il mio uomo e la mia vita intera fatta di occhi ed emozioni.

Il primo è pronto. E anche io.

«A TAVOLA!»